Camillo - Il blog di Christian Rocca

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La Champions ogni domenica

Stadi fatiscenti, presidenti padri-padroni, gestioni amatoriali, giustizia sportiva tragicomica, tifoserie più fastidiose dei troll russi, campionato femminile allo sbando, dilettantismo diffuso che ricorda il governo Conte, riforma Lotti dei diritti televisivi da torneo parrocchiale: ecco perché il calcio italiano, affossato da Calciopoli, è rimasto fuori dai mondiali e oggi vale meno non solo di quello inglese e spagnolo, ma anche di quello tedesco e francese. Come si fa a cambiare rotta?


Affidarsi come sempre al genio creativo italiano, alla nostra straordinaria capacità di adattarci e di improvvisare, non basta più e soprattutto non colma le lacune strutturali del nostro calcio. Non serve nemmeno farsi ammaliare dalle eccezioni serie che ci sono, e sono rilevanti, come la Roma americana e l’Inter cinese, oltre alla Juventus degli Agnelli, cui pare ora si sia aggiunto anche il Milan del fondo Elliott dopo la surreale stagione cinese, thailandese o chissà che cos’altro. Tanto di cappello anche ad alcune realtà consolidate della grande provincia italiana, ma in generale la Serie A non ha più lo standing che merita, non tanto come paese, che se possibile è in condizioni peggiori del campionato, ma per la sua rinomata tradizione calcistica.


L’arrivo di Cristiano Ronaldo e la ritrovata centralità delle milanesi, oltre che della Roma, sono soltanto un tappeto prezioso che nasconde la polvere di un movimento calcistico non più al passo coi tempi, indietro sotto ogni punto di vista e fatto di società gloriose fallite o quasi, di intrallazzi, di carte bollate, di controllori grotteschi, di personaggi da operetta e anche di meraviglie architettoniche in stato di abbandono come il San Nicola di Bari, l’astronave di Renzo Piano che lascia senza fiato chiunque dall’aeroporto del capoluogo pugliese si muova verso la città, ma che da vicino è un monumento al fallimento morale e civile del nostro paese.


E allora la soluzione è abbandonare le ubbie sovraniste, la frottole sul movimento nazionale, la nostalgia del calcio pane-e-salame e provare a costruire finalmente un vero campionato professionistico europeo. Una lega dei campioni in stile NBA o NFL, fate voi, con le migliori trentadue squadre del continente che si sfidano in quattro gironi da otto squadre o in due da sedici, invece degli otto gironi da quattro squadre di adesso, in modo da moltiplicare spettacolo e denari, gol e ricavi, garantendo a società, tifosi e televisioni almeno quattordici se non ventotto grandi partite internazionali, più la seconda fase a eliminazione.


Immaginate una super Champions League che si giochi tutto l’anno, da settembre a giugno, tutte le domeniche, ogni maledetta domenica, sempre con un Psg-Inter, un Real-Manchester United, un Milan-Barcellona, un Juve-Atletico, un Roma-Liverpool da seguire tutte le settimane e con tutto il tempo necessario, inoltre, per lasciarci gustare al mercoledì, ribaltando i calendari attuali, le splendide sfide autarchiche, ma direi hipster, con il Chievo e l’Atalanta, con il Toro e il Parma, con la Lazio e la Fiorentina.


Si potrebbero escogitare altre formule, ovviamente, anche meno radicali e finanche opposte a quella della super Champions League, come per esempio quella suggerita all’inizio di quest’anno sul magazine IL dallo scrittore Sandro Veronesi, ovvero organizzare una Uefa Nations League, un torneo tra leghe invece che tra nazionali, che ogni due anni faccia sfidare i migliori calciatori della Serie A, non importa di quale nazionalità, contro i campioni della Liga, della Premier League, della Bundesliga, della Ligue 1 eccetera: Ronaldo, Higuain e Icardi contro Messi, Diego Costa e Modric; contro Pogba, De Bruyne e Salah, contro Neuer, Lewandoski e Ribery; contro Buffon, Neymar e Mbappé. Altre idee sono benvenute, qualsiasi cosa tranne la mediocrità parastatale del calcio Made in Coni.


La cosa importante, qualunque sia la soluzione ideata, è liberarsi della retorica “prima gli italiani”, abbandonare il cialtronismo impresentabile e superare la burocrazia pubblica che governa il calcio come se fosse una Asl di periferia. Basta con i campionati sovranisti, facciamo una lega globale, viva il calcio elitario. Soros, dove sei?

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