Camillo - Il blog di Christian Rocca

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L’allenatore e il pallone

Quando ho cominciato a seguire il calcio c’era un solo allenatore di club: Giovanni Trapattoni. L’alternativa al calcio pragmatico del Trap era Gigi Radice del Toro. Gli altri erano seguaci di seconda fila e comunque ai tifosi e alla stampa importava poco chi sedeva in panchina. Non erano più i tempi mitici degli allenatori guru come il mago Helenio Herrera, come il paron Nereo Rocco o come gli alfieri del calcio totale dell’Ajax Rinus Michels e Ştefan Kovács.



A un certo punto, però, si è imposto Nils Liedholm, detto il Barone, il primo a importare l’esoterica difesa a zona nel paese del catenaccio. Senza Liedholm non ci sarebbe stato Arrigo Sacchi, ovvero l’uomo che ha rimesso l’allenatore al centro del villaggio calcistico e l’individuo al servizio del collettivo. Sacchi è stato il più grande innovatore del calcio moderno, il mister che con il Milan degli Immortali ha guidato una rivoluzione culturale che ha portato le nostre squadre a dominare con un calcio totale, tecnico, fisico, verticale.



Nei miei ricordi l’utopia di Sacchi si è realizzata il primo maggio 1988, con il 2 a 3 al San Paolo con cui il Milan ha superato la capolista Napoli fino a conquistare il primo scudetto dell’era Berlusconi. E poi l’anno successivo, il 19 aprile 1989, in una delle più straordinarie dimostrazioni di superiorità sportiva mai viste in una semifinale di Coppa dei Campioni: il 5-0 sbattuto in faccia al Real Madrid.



Sacchi ha generato una consistente scuola di epigoni, molti dei quali dimenticabili, da Corrado Orrico a Gigi Maifredi fino a Zdeněk Zeman, i cui insuccessi a suon di gol subiti sono diventati epici. Più interessante, invece, il filone dei post sacchiani alla Fabio Capello: concreti, pratici e in grado di correggere certi radicalismi dell’originale e quindi di migliorare le performance mantenendo un calcio intenso e propositivo. Su quella scia, un grande innovatore è stato Marcello Lippi, fautore di un gioco di squadra corto e aggressivo e inventore della figura del trequartista, ovvero del numero 10 atletico oltre che tecnico, capace di saper fare all’occorrenza l’interno di centrocampo, insomma Zinedine Zidane, Juan Sebastian Veron e Pavel Nedved.



Quel calcio post sacchiano ha dominato per vent’anni ma è stato messo a soqquadro da Guardiola e dal suo tiki taka, una controrivoluzione che si basa sul possesso palla e sulla pazienza di Giobbe prima di affondare il colpo, invece che puntare febbrilmente sulla ripartenza istantanea. Guardiola ha molti adepti, dalle meteore Andrea Stramaccioni e André Villas Boas, fino a Maurizio Sarri, a Luis Enrique e a Erik ten Hag (il coach dell’Ajax, in realtà, potenzialmente è un innovatore perché propone un palleggio dinamico e una proiezione ortogonale dei triangoli).



Oggi i non guardiolisti sono di due tipi: i lippiani come Jürgen Klopp, Antonio Conte e Maurizio Pochettino e, su un piano meno nobile, Gian Piero Gasperini, Eusebio De Francesco e Roberto De Zerbi, fanatici e ossessivi nella loro idea di movimenti ripetitivi e verticali; e i capelliani super tattici, più compassati e abili ad adattarsi agli avversari e a sfruttare le loro debolezze come Zidane, Max Allegri, José Mourinho, Didier Deschamps e Carlo Ancelotti.



Sacchi e Guardiola hanno fatto scuola e vinto tutto, così come molti altri colleghi meno ideologici, sia quelli che hanno un’idea di calcio divertente sia quelli meno fiammeggianti. La morale è che, alla fine, conta chi scende in campo, corre e fa gol, molto più di chi siede in panchina.


Christian Rocca

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