Camillo - Il blog di Christian Rocca

Diario di una dieta speciale di giuliano ferrara

31 dicembre, chiusura di diario. Ruini, con naturalezza

Sveglia alle sei meno un quarto. Notte piovosa. Sonno leggero ma completo. Caffè, bagno caldo, letture. Le canuzze dormono. Poi arriva l’alba piuttosto clamorosamente bella di una giornata come si deve: secca, assolata, fredda. Passeggiata breve con Giustina e Libé nel recinto dei cavalli, poi tra i melograni marciti e rotolati sull’erba. Acquisto dei giornali e un po’ di spesa per il primo dell’anno. Più tardi in giro in jeep, piccola gita tra i campi e i boschi con il mio amico Graziano, un occhio a vedere se ricomparisse Quinto Fufio, ma niente di niente. Visita a una deliziosa residente della Pieve detta la Signorina, con scambio di auguri. Altri vecchi amici e vicini di casa per un tè con una noce. Andrea, infortunato a una caviglia, viene da Roma a ricoverarsi da me per una notte dell’ultimo dell’anno molto quieta. Gli faccio l’omaggio di rompere per lui la dieta speciale e di sorbirmi infine una minestrina con la pastina, mentre lui si cucina una specie di pasta all’amatriciana. Gli organi del corpo mi parlano e mi dicono di aver hanno capito che è finito il loro riposo: al recente sempre freddo si sostituisce un po’ di caldo. Al Tg5 Mimun annuncia Ruini sulla moratoria e sento la voce di Marina Ricci, drizzo le orecchie, guardo quel vecchio intelligente dotto e simpatico, è un consenso pieno alla idea della moratoria sull’aborto, e detto con l’assoluta naturalezza tipica del vicario del vicario (come me, come tutte le persone con la testa sulle spalle, ritiene scontato che sia così). Buon anno e grazie a tutti.

Vino, salame, maltagliati in brodo. Ancora Spinelli

Massimo e Patti volevano venire per il tè, ma era ora di cena, li ho riforniti di salame, crackers, una minestrina con i maltagliati in brodo di dado, vino buono. Cucinare la minestrina e apparecchiare, che emozione. Io solito brodo. Chiacchiere amabili di vario ordine. Quell’americano che vive in Francia e ha fatto un botto editoriale scrivendo che ciascuno di noi avrebbe potuto collaborare alla shoah non sembrava a nessuno dei commensali particolarmente originale, eppoi, ci siamo detti, dopo le nove ore di Lanzmann, quel capolavoro assoluto del secolo scorso, ogni esercizio narrativo in materia è a rischio banalità. Sono andati via presto contenti, per consentirmi di andare a nanna presto, non senza prima aver detto il resto alla Spinelli. Ecco il resto. 2. Veltroni nell’intervista a Cerasa, sul Foglio, aveva detto che riteneva legittimo per chi ha Cristo dentro di sé di portarselo anche nella vita politica o pubblica. Spinelli lo cita malamente e paragona la sua affermazione alle deliziose follie fanatiche in una lite swiftiana, pura e grandissima satira sociale, sul fondamento teologico dell’apertura dell’uovo alla cocque. Ma che c’entra? Che cosa sarebbe questa laicità per cui uno lascia a casa ed esclude dalla vita pubblica ciò che crede, e magari ciò che sa, ciò che pensa, ciò che gli ha dettato l’esperienza o la riflessione razionale: chi la fornisce la cultura per governare, lo stato? 3. Spinelli cita il leader cristiano americano Huckabee come campione di integralismo, ma dimentica di dire che il repubblicano Huckabee può essere più o meno rozzo o per lei sgradevole, ma lotta per la presidenza in un contesto in cui Hillary Clinton menziona Dio “più di quanto faccia normalmente un vescovo europeo” (Economist) e Obama fa apertamente il predicatore religioso con lo stigma in più del kennedismo e del rinnovamento spirituale. L’ha letto Tocqueville, la nostra editorialista liberale? 4. Dice la S. che era meglio l’universalismo cristiano medievale e che questo rigurgito religioso oscurantista in realtà è orribilmente moderno, è legato alla storia delle nazioni moderne, e così intende alzare la solita palla delle guerre di religione… che però furono chiuse da un accordo cuius regio eius religio, e non dalla secolarizzazione moderna. Erano teocratici sia il papato sia la cristianità sia l’impero di diritto divino: ma la Monarchia di Dante l’ha letta, la S.? Oltre tutto, e il riconoscimento è arrivato anche da Sergio Romano nella sua rubrica di lettere nel Corriere, noi siamo figli del Novecento, un secolo in cui gli elementi bestiali e criminogeni della storia umana si sono introdotti nella vita del mondo con le maschere dell’ateismo di stato e del paganesimo razziale ed eugenetico, non con lo scudo del fanatismo cristiano di cui si chiacchiera. Ma perché non vi occupate del fallimento della razionalizzazione nella storia, il vero rovello di Nicola Chiaromonte? 5. Tutto il ragionamento messo in piedi dagli allarmisti del laicismo, anche nelle forme più scombiccherate, si basa su questo assunto: la chiesa vuole fare politica, invade le prerogative dello stato, vuole piegare il libero pensiero all’obbedienza confessionale. Balle: la chiesa giovanpaolina e benedettina vuole impedire alla politica di farsi religione immanentista e idolatra, di imporre fonti morali proprie, si batte contro l’eticità dello stato e di quegli ordini legislativi e giuridici che vogliono conformare la terra al dogma ideologico prevalente (tra i quali ordini non c’è l’ordine costituzionale americano, liberale e anche radicalmente libertario, ma non giacobino e irreligioso e nemico del diritto naturale). 6. Il finale dell’articolo è la solita lezioncina spiritualista e fai da te su quale sia il vero Dio in cui eventualmente credere: il Dio del soggetto credente, aggiustato come capita, rivelato come si desidera, un Dio a scelta da supermercato delle bellurie moderne. Perché altrimenti, come dimostrerebbe il caso Binetti, i cristiani avranno la tentazione di cambiare le vicende terrene “con miracoli, preghiere, atti di forza”. Preghiere come atti di forza? Ma che dici, Barbara?

Credere e ignorare: il caso Spinelli

Il pezzo della Spinelli è davvero inadeguato professionalmente, civilmente, culturalmente. Succede che l’ideologia, ma forse soltanto l’idiosincrasia verso i diversi dal gruppo nutrita da un certo conformismo mondano, catturi l’intelligenza, di cui la Spinelli è dotata e, già che c’è, si metta sotto i piedi anche il buongusto. Partiamo di qui, dalla prosopopea e dall’arroganza psicologica. Un editorialista di talento e di lunga esperienza non definisce l’avversario polemico che si sceglie, per di più accomunato da quella che la Spinelli orgogliosamente definirebbe una stessa identità di genere, “una senatrice fino a ieri poco conosciuta” o “la signora Binetti, di cui non si conoscono opere e scritti”, e non conclude con la scemenza esclusivista, elitaria e provinciale: “…il Parlamento non è il suo posto…”. Sono mezzucci da quattro soldi, e l’ultima è una bestialità post democratica piuttosto volgare (sono gli elettori a scegliere di chi il Parlamento è il posto). Nelle sue polemiche, sebbene si sia impicciato delle telefonate della senatrice Binetti, Scalfari è stato più misurato, ha compiuto un tentativo di eleganza (resta il fatto che in nessun paese al mondo, tranne che nel nostro, è consentito, senza che la comunità ne rida o se ne scandalizzi, esigere una risposta in merito alla domanda inquisitoria sull’eventualità di una telefonata personale fatta da chiunque a chiunque). Ma veniamo al dunque. Il pezzo è travisante e manipolatorio da cima a fondo. 1. Fa un uso grottesco di un paio di citazioni da Nicola Chiaromonte, intellettuale e saggista razionalista che seppe cogliere come pochi la deriva nichilista del Novecento e la esaminò e censurò come falsa fede o mala fede, come religione cieca del progresso aperta ad esiti totalitari, come divorzio tragico tra sviluppo materiale, tecnico e scientifico e capacità etica di tenergli testa. La Spinelli lo fraintende, credo in buona fede, purtroppo per pura ignoranza o per estrema sciatteria, e lo usa a vanvera. Peggio, gli fa dire il contrario di quel che pensava. Non era certo, Chiaromonte, un laico o ateo devoto, e il suo razionalismo liberale non varcò mai la soglia della “pietà cosmica”, concetto mutuato da quel chiacchierone simpatico di Bertrand Russell (affetto da Nobel), per inoltrarsi nel tema attuale dello spazio pubblico della fede e di una nuova alleanza di fede e ragione. Ma i suoi saggi su fede e mala fede, su crisi vera e falsa religione, sul credere e sul non credere, pubblicati dal Mulino, saggi che il Foglio ristamperà allo scopo di erudire una giornalista che per snobismo di cordata si fa sacerdotessa di una crociata neosecolarista, decostruiscono e criticano le idee di un Odifreddi e di altra compagnia volterriana andante, non quelle – per molti aspetti consentanee – di un fogliante qualsiasi. Insomma: Spinelli ha citato uno dei rari saggisti italiani che abbia per tempo, e anche in anticipo, criticato la modernità e la religione dell’immanenza e del progresso, uno che considerava candido un Cartesio, uno che giudicava il senso del mondo “imperscrutabile”, contro coloro che sostengono precisamente queste idee. Chiaromonte era contro ogni teologia della storia, e non avrebbe approvato l’audacia spirituale mostrata dalla senatrice Binetti nel suo articolo sul Foglio in cui confessava di aver pregato per il bene comune a proposito di una scelta legislativa. Ma per lui la mala fede, sostitutiva di una fede genuina, era quella della secolarista ingenua Barbara Spinelli, non la nostra. Chiaro? Adesso arriva una coppia di amici, riprendo dopo, perché ce n’è.

Satana e un giornalista vaticano benintenzionato, spregiudicato

Arrivato in campagna dopo una sosta per un tè da Marcenaro, comincia un bel pomeriggio di letture del settimo giorno di dieta speciale. Ma che ti trovo, in campagna? Non Quinto Fufio detto Fufio, ahimé, ma una mia intervista che non è una mia intervista. Ho infatti guardato il sito www.papanews.it, per leggere il testo dell’angelus di Benedetto, e vi ho visto in rete il risultato di una conversazione privata con un giornalista della sala stampa vaticana di cui adesso non ricordo purtroppo il nome, che mi aveva chiamato ieri mattina e mi aveva segnalato questo sito quotidiano di informazioni sull’apostolato del Papa. Il collega mi aveva domandato come era nata la moratoria, ma non mi ha mai parlato di un’intervista, poi realizzata di straforo. Già questo non va bene, comunque. Il testo inoltre è la sintesi di opinioni mie, solo alcune formulate nel rispetto del loro effettivo contenuto, e di opinioni sue, piuttosto ardenti, soprattutto in materia di presenza reale di Satana nel mondo eccetera. Niente di tragico, ma è una scorrettezza palese, credo partorita da buone intenzioni e da una formidabile vocazione esorcistica, riversare la propria passione di bene su quella degli altri, e attribuire a un altro un tono e una forma di espressione che evidentemente non gli appartiene. Io ho le mie di passioni, e le mie, di parole, e le tengo care. Come si dice: non lo faccia più, caro collega vaticano!

Rieccomi leonino. Due premi del Foglio: Ceronetti e Spinelli

Rieccomi leonino, nel settimo giorno di dieta speciale. Roma è radiosa al risveglio domenicale, il mezzo cucchiaino di miele aveva un gusto selvaggio, il tè profumava d’incenso. Il Foglio istituisce un premio in libri di sacra teologia, il cui titolo recita: “NON E’ GIORNALISMO”. Per il 2007 va certamente attribuito, in limine temporis, a Guido Ceronetti, alla sua evocazione della Parigi in cui approdò nel 1950, con l’aggiunta di una visitina d’appena ieri che il sommo dice “ultima” per estrema civetteria apocalittica. L’epifania è pubblicata nella Stampa di Torino, oggi domenica 30 dicembre 2007. Un piccolo capolavoro di gnosticismo moderno e inattuale, una guida di Parigi senza il mal di Parigi, la pietra tombale su ogni tipo di presunzione culturale e laica. Ma c’è un secondo premio, senza premio, il cui titolo è: “SI SENTE LA MANO DEL PIEDE GIORNALISTICO”. E’ senz’altro attribuito, di nuovo in limine temporis, a Barbara Spinelli. L’occasione è il suo articolo, sempre in pagina in questa domenica 30 dicembre 2007 nella Stampa di Torino, collocazione fondo pieno di importanza, dedicato a fede e mala fede. Il pezzo è un compendio di travisamenti ideologici del sacro e del profano, del politico e del civile, soprattutto del buon gusto. Lo spirito soffia dove vuole, ma lì no. Ora parto per la campagna, poi ci torno su per divertimento, ma per l’attribuzione del premio senza premio basti la sentenza.

Spossatezza. Sono un mestierante dell’opinionismo?

Sono molto meno leonino, oggi sabato, verso sera, a casa mia a Roma. Sono spossato. Non capisco se per un ulteriore abbassamento della glicemia o per il suo artificiale rialzo provocato dal mezzo cucchiaino di miele del mattino. Sarà lo sbalzo oppure, chissà, ieri ero troppo euforico e mi sono mosso troppo, tutto troppo, scritto troppo, parlato troppo, fumato troppo, e pure il cinema alla sera. Boh. Rinvio la partenza per la campagna, dove di Quinto Fufio detto Fufio non c’è alcuna traccia. La serata si avvia su una china malinconica, e perché no? Però ci sono le telefonate degli amici, le mail, le letture, un letto e una tata a disposizione per il tè, un bel calduccio, le luci del Gianicolo e le canuzze Giustina e Libé (si chiama così perché è nata il 14 di luglio), oltre a Nichi che è il canuzzo della tata. Sono solo e siamo in tanti. Condizione parecchio diffusa. Al Foglio stamane c’erano Bellasio e il giovane Luigi, oltre a Giancarlo Del Conte, poi sono venuti i due bravi collaboratori del service di Giorgio Dell’Arti che fa il Foglio del lunedì, Daria Egidi e Marco Burini, con la solita discreta presenza dei miei angeli custodi della Finanza, Massimiliano e Roberto. Decisa la pubblicazione dell’Humanae vitae. Esaminate le lettere. Alfonso Berardinelli è perplesso, ci scrive, e in uno serio e garbato e intelligente come lui la perplessità è un segno di salute. Non vuole avere opinioni forti. Lo trova anche disonesto. Qualche dubbio me lo fa venire. Mi sto impicciando della coscienza altrui? Sono diventato un mestierante dell’opinionismo, e di quelli brutali? Dovrei prenderla più bassa, invece di provocare botti emotivi? Dovrei guardare meglio e con più calma dentro di me, dubitare della mia esperienza e competenza e attitudine a dire quel che mi sembra di pensare senza troppi complimenti? Può darsi. Naturalmente mi consola, e molto, la lettera di Aldo Maria Valli, voce libera anche lui, che invece trova scontato, dall’alto della sua esperienza di padre di sei figli che ha dovuto districarsi nell’ideologia per esserlo, che io faccia quel che faccio. Dopo l’impaginazione delle lettere, seguiti altri dettagli e scritto l’editorialessa che i lettori del formidabile camilloblog.it vedranno lunedì e quelli del Foglio hanno in pagina proprio qui sopra. Ora sono le sei di sera. Mi fermo qui. Per il pubblicabile nel Foglio, che è un organetto magico fatto di persone specialissime, e che tornerà in edicola mercoledì, è tutto. Per il blog, domani è un altro giorno.

Mezzo cucchiaino di miele, poco sonno, sesto giorno verso l’ottavo

Ieri sera, verso la chiusura del giornale, sono andato a vedere il film di Cronenberg, Eastern promises o La promessa dell’assassino. Bello, e perfino moratorio, perché in fondo è la celebrazione di una vita che nasce e si sviluppa di forza e per amore in mezzo alla violenza parodistica della mafia russa, particolarmente accanita sulle donne. Però il grande cinema oggi distrae, è poetica dell’intrattenimento, è la fetta di torta di cui parlò Hitchcock e che Mariarosa Mancuso adora, lei che non ama i dolci, e sa decifrare come nessun altro, senza sussiegoso impegno, nelle sue pillole e nei suoi saggi. Non sempre si ha una tremenda voglia di distrarsi, non sempre ci si incapriccia per una fetta di torta. Direi: bello perché inutile, bello ma un po’ inutile. A proposito di torte. Ieri ho dimenticato di raccontarvi delle analisi della mattina del quinto giorno (oggi è il sesto della dieta speciale, e per chi leggerà il diario nel Foglio del lunedì, sarà l’ottavo e finale), e nel giornale di sabato abbiamo pubblicato la riproduzione della cartellina clinica in modo tale che fosse illeggibile, nuovo segno di esitazione tra privato e pubblico di questo strano regime natalizio pro moratoria di ogni aborto. Glicemia troppo bassa, da correggere secondo il mio medico con un mezzo cucchiaino di miele al mattino (fatto). Per il resto, tutto fantastico, come prevedevo. Poco sonno, stanotte, ma è naturale. Al risveglio lettura delle lettere che non avevo ancora scorso, e sono varie e molto belle, insieme realiste e fervorose, affettuose e militanti, piene di idee buone, sempre e sistematicamente e totalmente in difesa sia della vita sia delle donne, con proposte legislative, giuridiche, di attenzione e di cura all’altra vittima dell’aborto, la madre che si nega e si amputa, che non è aiutata in una gravidanza difficile, che con il bambino è considerata carne da macello titolare del solo diritto di ricevere un certificato di aborto con motivazioni menzognere. Baget Bozzo ha capito tutto quel che c’era da capire, che io ce l’ho con un costume e una cultura prima che con una legge, cioè con l’assuefazione ipocrita alla applicazione abortista, invece che a tutela della maternità, della legislazione contro l’aborto clandestino; ha capito che al di là del costume la mia obiezione è culturale e spirituale, e che semplicemente vorrei dare alla donna incinta lo statuto di “essere sociale privilegiato”, come chiedono i giuristi che ci scrivono e i molti del benemerito Movimento per la vita, per sanare una atroce e sanguinante ferita di tutti i tempi e di questo tempo in particolare, per riconoscere le cose come stanno e come sono nominarle, per togliere alla nozione di diritto umano universale il suo aspro spessore di menzogna in un mondo in cui si praticano 43 milioni di aborti l’anno, perché si dia atto all’infinito di essere misteriosamente superiore al finito in modo da ricevere qualcosa da chi viene e trasmettere qualcosa quando ce ne andiamo via e a chi se ne va, vivendo accanto alla strana gioia di vivere cantata da Sandro Penna, malinconico e ottimista come tutti i grandi poeti, e non a quella strana voglia di morire che cancella l’incanto della modernità, il senso pellegrino di grandi occasioni future e di speranze che si alternano vittoriose agli ameni inganni.

Il gerosolimitano cardinal Martini e noi laici romani

Bella intervista a Carlo Maria Martini, con la mano di velluto del generoso Aldo Maria Valli, su Europa. Il cardinale che non ama quella che sente come un’aria di restaurazione nella sua chiesa, sentimento più che legittimo in una comunità che da duemila anni è plurale come poche altre (sebbene vincolata nell’intero suo corpo mistico a Cristo, che è la sua testa, e al suo vicario in terra), vive a Gerusalemme e fa del suo approdo lì una testimonianza mite della sua lontananza dalla chiesa latina, europea, occidentale, e perciò universale, nel suo stato presente. E va bene, perfino tra i vangeli c’è tensione tra ellenisti e paolini da una parte, siriaci o sensibili alle istanze giudeocristiane dall’altra. Non c’è problema, ovvio. Martini parla con discrezione della sua malattia, della sua preghiera di intercessione, del suo sforzo di studiare e meditare. Approva l’attenzione di Benedetto al tema della famiglia, che è il cardine della pace secondo la sua lettera di capodanno, già resa nota, e addirittura propone due concilii nuovi, uno sulla parola di Dio, che sarà oggetto di un grande sinodo dei vescovi ad ottobre, e uno sulla famiglia, appunto. Altro che Family day, in un Concilio sulla famiglia se ne vedrebbero delle belle! E’ duro solo su due punti. Sulla liturgia, che per lui vale solo in italiano o inglese, insomma nelle lingue parlate sul luogo. E sui laici devoti, noi poveri laici romani e papisti, che proprio non sopporta. Dice questo, infatti, in risposta alla domanda pertinente di Valli a proposito del nuovo spazio pubblico che si è conquistata la religione nel nostro tempo. Valli: “Come giudica questo fenomeno?”. Martini: “Non solo positivamente. Certamente è positivo che si parli di religione, però bisogna che questo interesse sia portato da una vera fede, da un vero amore al vangelo e non soltanto dal desiderio di contarsi e di contare”. Traduzione: “Sono incazzato nero. Ho il sospetto che chi non crede e si fa banditore di una cultura amica della religione e della chiesa lo faccia per scopi politici strumentali. La vera fede ci divide dai falsi apologeti del cristianesimo”. Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio: non so se sia un precetto cristiano, ma certo è umano anche per il vecchio e venerando cardinale. E comprendo il dubbio del principe della chiesa ed esegeta e gesuita progressista. Però lui comprenderà la mia sorpresa, che non arriva a pareggiare la sua astiosa diffidenza verso chi non crede, ma rispetta e ama la fede degli altri e la considera la risorsa preziosa per un mondo disperato. Insomma. E’ lui che mise in piedi a Milano, nel periodo del suo umile fulgore teologico e pastorale, la cattedra dei non credenti. O mi sbaglio? (Lo conobbi allora, lo intervistai con il mio taccuino, ci intendemmo su un testo da pubblicare a cui non cambiò una sola parola.) Ratzinger e Ruini, Biffi o Caffarra o Scola, non si sono spinti fin lì durante il pontificato di Giovanni Paolo II Magno. Questi signori cardinali hanno proposto, sollecitando chi volesse ascoltarli, il nesso di fede e ragione come risorsa oggettiva per gli uomini e le donne della postmodernità imbizzarrita, e semplicemente sono stati ascoltati da persone che erano predisposte a questo ascolto. Misteriosamente predisposte, e per vie che, se Scalfari non avesse da eccepire, definirei addirittura provvidenziali (anche Vico trattava la provvidenza, caro Eugenio). Non parlo di papa Benedetto, che ha cambiato veste pastorale con la dignità di quel fragile e mite colosso che è, e mantiene le sue idee decisive per il nostro mondo con splendente misura di carità e di speranza. Insomma. Martini sbaglia a porre la fede come un discrimine invalicabile. E’ una logica difensiva, non di conversione o, come si dice con espressione un po’ ammaccata, di dialogo. E’ vero che ai cristiani non interessa l’egemonia politica o culturale, ma ben altro. Che non devono contarsi e contare, ma incendiare il mondo a modo loro. Tuttavia festeggiare il quarantennale della Humanae vitae, e comunque la vita e la famiglia, con cinque milioni di pellegrini a Roma, nella prossima estate, sarebbe un eccellente segno di contraddizione e di modernità della chiesa cattolica. Questo è detto da uno che se ne sta fuori le mura, e che ha sfrenate ambizioni, ma non precisamente quelle che gli attribuisce il cardinal Martini.

Arrivo al Foglio, solito happening, poi calze di lana

Alla redazione romana del Foglio, mattina di venerdì, è stato il solito happening. Fra un tè e l’altro, in una newsroom quasi deserta per ferie e malattia, abbiamo perfezionato il progetto di quattro pagine speciali sulla moratoria nell’ultimo Foglio dell’anno, quello di lunedì prossimo (Nicoletta Tiliacos e Meotti, squadra embrionale, sono sempre pieni di idee); discusso con Marco Ferrante di come svegliare Confindustria dal suo torpore commendatizio, senza che sembri una campagna personale contro la simpatica ma esile Marcegaglia e senza rompere i rapporti con quello che quella carogna del mio amico Festa chiama il “piccolo establishment” dei Montezemolo e compagnia, e che poi sono bravi ragazzi con molti quattrini ma le idee un po’ confuse; mia furia belluina contro Travaglio che sbeffeggia il detenuto vecchio e ammalato sul giornale di Antonio Gramsci, liberato dal fascismo perché potesse morire nella clinica Quisisana; meticolosa attenzione alla politica estera dopo l’assassinio di Benazir Bhutto; poi una discussione su don Gelmini e Pasolini (moralismo fogliante a contrario, ira anticonformista allo stato puro); scherzato con Marianna Rizzini che è diventata la testa di turco di molti lettori per la sua posizione “lassista” in materia di aborto, con una sua legittima preoccupazione contro la dannazione delle donne che abortiscono i loro figli; altre cose varie, un balletto sul pezzo dedicato al nuovo vecchio capo mafioso Messina Denaro con Peppino Sottile, che apparecchia il sontuoso menu del supplemento del sabato; convenevoli con il giovane Vietti per come si è tirato fuori pallido pallido dall’infuenza, e solito arrivo in grazioso e lieve ritardo del gigantesco Stefano Di Michele, un letterato coi fiocchi e un uomo stupendo, mentre Buracchio, il Signor Direttore Generale che non sa scegliere sempre la cravatta giusta, ci guarda tutti come pazzi e costi da abbattere, ma alla fine con benevolenza. La serie di punto e virgola esibita sopra è una testimonianza personale del signor direttore contro la astiosa e brillante campagna di Mariarosa Mancuso a favore della moratoria del punto e virgola: sarò conservatore, ma a me piace. Prima della riunione lettura degli altri giornali, quelli che l’edicolante non mi porta a casa, dopo la scrittura dell’editorialino su don Gelmini, spacchettamento di nuovi gentili omaggi delle varie ditte, e via a comprare delle calze di lana al ghetto (le calze di lana non te le regala nessuna ditta). Perché quello sì, a non assumere calorie viene un po’ di freddo anche a chi in genere si fa bastare il cotone.

Quinto giorno, la dieta è cosa fatta, letture conciliari, Christian

Ieri pomeriggio, giovedì, ho lavorato al Foglio per la chiusura delle pagine, ho letto ovviamente tutte le lettere sulla moratoria, che sono semplici e belle, il fondino di Sergio Soave su Scalfari che mette limiti alla provvidenza (gustoso), il Pieraccioni di Langone, consacrazione del nostro reverse snobism, della nostra avversione al contegnoso senso di sé che hanno le opere e gli operatori di serie A (naturalmente quello di Pieraccioni, che ho visto per venti minuti in un cinema affollatissimo di Orbetello, è un film – make no mistake, altro che giuggiole – imbarazzante per quanto è brutto). Quanto all’attacco velenoso al nome Christian, per evidenti ragioni Langone sarà punito con una forte ammenda. E spero che Christian Rocca gli risponda a tono, ovviamente in inglese. Ok? Bellasio è riuscito a coprire alla grande, senza risorse umane (come dicono i capi del personale), l’assassinio di Benazir Bhutto. Auspico ricordino con insistenza, i commentatori (non li ho ancora letti), che Benazir era una donna di potere, dura, forse corrotta come sono corrotti gli uomini di potere duri che giocano in situazioni dure, una un po’ diversa dalle Ségolène andanti di oggigiorno, che non diceva ai pakistani “j’ai besoin de vous”, piuttosto gli diceva: “avete bisogno di me”, e della mia coalizione tribale per la democrazia possibile, quella del pugno di ferro. Auspico ricordino, i commentatori, che questo spicinìo di morti ammazzati, a grandi mazzi come certi invii di fiori, è il prodotto del cancro islamista, non degli errori dell’impero americano, senza del quale saremmo già governati da qualche emiro, qui in Europa. Ieri sera, dopo il brodino di dado, ho letto brani da un libro di Gilles Routhier, storico québecois, sull’ermeneutica e la ricezione del Concilio Vaticano II: è il libro di un Alberto Melloni che scrive in francese, appena più moderato del maestro di Bologna erede di Pino Alberigo, e la sua tesi è che del Concilio conta la storia evenemenziale, lo spirito e l’attesa dei fedeli, il fatto pentecostale, più che i documenti, tesi esposta con molta dignità accademica, passione militante per una chiesa cattolica nuova e diversa da quella passata, e soprattutto con il conforto della teologia della recezione conciliare del cardinale teologo progressista moderato Walter Kasper e il bollo prestigioso dell’editrice Vita e pensiero della Cattolica di Milano. Poi ho pensato che bisognava rileggersi la Humanae vitae, l’enciclica scandalosa con cui Paolo VI, di venerata memoria, festeggio il 1967 + 1, nel luglio di quell’anno, mettendo un segno di contraddizione nella recezione entusiastica del Concilio e dicendo agli uomini e alle donne del suo tempo che è meglio amarsi e fare figli, anche regolando con mezzi naturali e continenza la natalità, piuttosto che scopazzare in giro. Ieri fu tutto un “apriti cielo!”, ora quel testo inattuale, anche per merito di Kakà e del suo casto “I belong to Jesus”, torna buono per riflettere su questi primi quarant’anni della modernità, sebbene alla riflessione manchino un miliardo e più di cittadini del mondo esclusi dall’aborto di massa e dall’eugenetica dispiegata. Alle sette e mezzo, puntuale, stamane venerdì è arrivata suor Augusta, mi ha pizzicato il sangue alla perfezione. Nel pomeriggio i risultati, che saranno festosi. Nel quinto giorno di brodini, mi sento un leon che rugge. La dieta speciale pro moratoria continua fino all’ottavo giorno, ma è cosa fatta, mi pare. Sconsiglio fiaccolate, per l’anno prossimo. Secondo me bisognerà organizzare in primavera una riunione europea di cinque milioni di persone a Roma, in cui si manchi di rispetto all’aborto di massa e si denunci la vergogna dell’eugenetica. Un miliardo di aborti nel quarantennale della Humanae vitae? Cinque milioni di persone saranno appena sufficienti. Sogno? No, sono sveglio e sto per andare al Foglio, spero ancora lucido.

Due noci, molto tè, trasferimento a Roma, prelievo del sangue

Oggi due noci, molto proteiche. Una spremuta d’arancia dopo il caffè nero del mattino. Una quantità inverosimile di tè. Molta acqua. Di Quinto Fufio, inteso come il mio canone affettuoso della casa di campagna scomparso domenica, nessuna traccia. Secondo il mio amico Fabio e sua figlia Lucilla qualcuno se lo è preso, perché altrimenti sarebbe stato avvistato, dato il controllo sul territorio di cacciatori e agricoltori amici, e si esclude la tagliola o il laccio, perché dalle nostre parti non ce n’è, appunto a protezione dei cani da caccia. Fu stabilito qui un record di scomparsa canina di una settimana, con ricomparsa a sorpresa. Speriamo bene. Andrea mi ha accompagnato gentilmente a Roma con le canuzze. Venerdì mattina alle sette e mezzo viene una specie di angelo del paradiso che si chiama suora Augusta, che non ha mai sbagliato un prelievo nonostante le mie vene profonde e riottose a farsi pizzicare, per un controllo ordinario di glicemia e funzione renale. Avrò i risultati in giornata, nel quinto giorno su otto della dieta liquida, e li comunicherò al mio medico. Prevedo bellurie. Una luce meravigliosa da alta pressione ci ha coccolato durante le due ore di trasferimento. Fatto sosta per visitare due cari amici al mare, pranzavano all’aperto sulla spiaggia, un ristorantino molto carino e senza pretese. Sono lettori attenti del Foglio e del Corriere, e spettatori del Tg1, ma continuavano a chiedermi perché bevessi il tè e non mangiassi con loro, che cosa avrei fatto per il cenone di San Silvestro, e altri dettagli di orripilante (per me, ma ora e soltanto ora) gastronomia. Non sapevano niente. Non ho detto loro niente. Trovo bellissimo questo. Il Foglio e in genere il circuito dell’informazione, compreso il fantastico blog di Christian Rocca su cui scrivo con particolare piacere per la sua generosa ospitalità, hanno fatto girare la notizia della moratoria e della dieta speciale senza enfasi, come una comunicazione privata fatta in pubblico, precisamente come la auspicavo. Si può anche non saperne niente, e stare tranquilli, pur essendo vicini alla persona e al suo giro di affetti e di interlocutori. Niente ricatti psicologici, solo una tignosa allegria e l’ipotesi di aver fatto la scelta giusta, giusta almeno per tanti che scrivono cose significative al giornale, in un rapporto privato e pubblico che ci onora, costringendo il povero Bellasio e la ciurma in servizio, decimata dalle ferie e dalla malattia, a sforzi sovrumani per mettere tutto in pagina e fare bene anche il resto di un giornale d’informazione laica, che non rinuncia alle opinioni forti.

Veltroni, la cultura gay e l’ansia di bene

Sottoscrivo l’articolo di Veltroni sulla Stampa di oggi (ieri per chi leggerà il diarietto sul Foglio). Polemica breve, asciutta, non devastante con la senatrice Binetti, che con quella storia della malattia omosessuale fa un po’ di confusione positivista tra “scienza e vita”, per usare il nome del benemerito comitato da lei presieduto. (Se allo stile l’uomo farà seguire il coraggio politico, sarà un bene per tutti). W sostiene, vecchia tesi fogliante, che l’omosessualità è, da un punto di vista laico e in ragione della lezione della cultura classica, una condizione umana, una variante dell’amore. Bisognerebbe ricordarsene anche quando l’omoerotismo di alcuni preti viene stigmatizzato ipso facto, e criminalizzato automaticamente (per dirla con il lessico corrente e andante), come infamia prepotente, molestia, violenza, stupro. Un prete che ama le donne o una donna, e magari fa un figlio con lei, è considerato nella mentalità prevalente un eroe della sua comunità, un profeta del moderno anelito all’eliminazione del celibato, un bravo presbitero in lotta con uno degli ultimi tabù della chiesa di rito latino; un prete che ama i ragazzi o un ragazzo, spesso conflittualmente e nella dimensione propria del peccato, non viene assimilato al profeta tragico dell’amore poetico e impossibile, Pier Paolo Pasolini, non c’è arcigay che lo difenda, è piuttosto bollato come un mostro pedofilo, e senza tanti complimenti; se poi un prete anglicano sistema le cose a modino, e rivendica uno sposalizio di fatto con un uomo in termini aperti e regolari, certe denominazioni americane lo fanno anche vescovo. Come si vede, c’è molta confusione sotto il cielo dell’amore. Invece è semplice. Da un punto di vista religioso, e in questo la Binetti è nel suo diritto di cattolica, contestato ieri da Scalfari anche come diritto di pregare per il bene comune, l’omosessualità praticata è peccato o comportamento intrinsecamente disordinato, lo dice il catechismo, c’è qualche testimonianza rumorosa di San Paolo in merito. Sempre da un punto di vista religioso, la capacità di comprensione del peccatore è altissima, e in certe diocesi americane, attraverso una specie di abuso laicista e anticattolico della class action, talvolta semplice strumento di avidità, è diventata (a parte fatti criminali singoli che occorrono in ogni comunità) una esosa prova a carico per processi farsa: tutti chiedono giustamente tolleranza, ma se un vescovo la eserciti nella sua chiesa, ecco che la tolleranza e la ricerca di soluzioni delicate diventa complicità efferata. Tiro in ballo questo aspetto della faccenda perché non so se Veltroni, impeccabile nella sua tirata equilibrata contro le discriminazioni omofobe e per i diritti delle persone omosessuali, si renda conto di questo punto decisivo. Un conto sono i comportamenti omosessuali, condizione umana, un conto la cultura gay e la pretesa libertina di togliere a questi comportamenti la loro differenza, il loro discrimine (sto discriminando, ma benevolmente e saggiamente) rispetto alla famiglia e all’amore o amicizia coniugale tra uomo e donna costruita nell’ipotesi della generazione dei figli, della loro educazione e della trasmissione dell’eredità di specie, che qualche legame con la differenza di genere ce l’ha. Una certa cultura gay, che ha vinto in Spagna e in tanti altri paesi la sua battaglia di omologazione completa nella cultura e nel diritto, non vuole liberare comportamenti difformi e varianti minoritarie dell’amore da discriminazioni negative, come si dice, vuole destituire di senso e di fondamento i comportamenti conformi. Vuole conformare tutto. E questo si chiama conformismo neosecolarista, roba che finisce con l’eliminazione dal vocabolario della parola peccato, impronunciabile anche in un contesto kantiano di distinzione di peccato e reato, come mostrò il caso di discriminazione contro il cattolico Buttiglione in Europa. Oppure con l’eliminazione delle parole moglie, marito, padre e madre dal codice civile spagnolo in fatto di matrimonio. Non so se a W piaccia o no una società fatta di progenitori A e di progenitori B, dove la famiglia biparentale classica debba conformarsi a un’idea di paternità, maternità, generazione e educazione della prole integralmente conformata all’egualitarismo libertino dei diritti. Mi pare di no, ma vorrei saperlo. E vorrei anche sapere, in tutta la sua ansia di bene, perché non sia stato lui a lanciare la moratoria contro l’aborto (non contro la legge, ma per la sua applicazione in senso civilmente e culturalmente antiabortista). Perché Prodi e tutta la sua simpatica banda cattolica ami sedersi alla tavola di un rom, a Natale, e non a quella dei talassemici che non sono scontenti di essere stati generati in un loro qualche Natale, Flamigni permettendo, o dei bambini Dawn e variamente disabili e dei loro genitori, anche quelli contenti della loro esistenza e decisi a difenderla. Con tutta quell’ansia di diritti, una dieta speciale avrebbe fatto bene soprattutto a loro, governo e partito democratico neokennedyano. Ma lo avete letto, il testo di Timothy Shriver che abbiamo pubblicato ieri?

Le mie scuse a Stefano Benni. Un’altra nobélisable

Un blogger ha rivelato che la battuta: “Come sono caduto in alto”, di cui mi sono vantato ieri per averla concepita a proposito della benedizione che mi ha raggiunto da Agira, era già stata fatta da Stefano Benni, sul Manifesto, nel 1994. Chiedo scusa a Benni per il copyright, che gli riconosco volentieri. Non sono mai stato un lettore di Benni, e mi scuso anche di questo. Oltre tutto, ironia della sorte, mi pare di capire, dal testo in word trasmesso da Bellasio e Cerasa, che lo scherzo di Benni riguardava Pannella, perché si era “messo con Berlusconi” in quell’anno fatale in cui anche io mi ero “messo con Berlusconi”, quindi mi affratella fuori contesto a ben altro digiunatore (io sono solo a dieta). La sfumatura semantica è poi anche carina: per Benni la caduta in alto di Marco era la parodia di una caduta in basso verso l’orrido potere di Berlusconi, per me la mia caduta in alto è una carezza ironica a un prete di un paese del catanese che ha dato i natali a molti Buttafuoco. Sono le quattro del mattino, un po’ di insonnia mi ha fatto scoprire l’impiccio nella mail, mentre bevo un tè decaffeinato in mutandoni di lana, e mi sento molto in alto e molto ridicolo, molto “seduto sul mio culo” (la battuta è di Montaigne, quello lo leggo). Ho visto ieri sera un servizio al Tg1 molto civile sulla moratoria per l’aborto. Lucetta Scaraffia, che ha giuste preoccupazioni ruiniane, mi dicono, ha peccato di eccesso di zelo quando ha detto che è un’ottima cosa, “a patto che non si tocchi la 194″. Avrebbe dovuto dire: “sperando che si applichi la 194″. Ma Lucetta è una persona molto dignitosa, e lo zelo è solo l’altra faccia del suo militantismo cattolico, che io rispetto e osservo compiaciuto dal basso della mia rozza tigna laica. La Maraini ha detto che è contro l’aborto ma non si devono criminalizzare le donne. Dal linguaggio del viso si capiva che credeva nella seconda preoccupazione, e giustamente, ma della prima, l’aborto, se ne infischiava con giusto un po’ di unzione. Perché non considerarla nobélisable?

Sento molto la mia presenza

Questa dieta speciale, oggi Santo Stefano al terzo giorno di otto, dieta che reggo benissimo (un po’ di bronchite: ma che c’entra? e un po’ di cagarella, immagino per via di quel mezzo bicchiere di latte inserito in un oceano di liquidi, abolito da oggi), nasce come ho detto e scritto da un sentimento privato e pubblico di inquietudine e di rivolta contro la vaghezza distratta, per non usare la pesante parola falsità, dell’umanitarismo moderno, andante, mainstream, moratorio per la pena di morte e mortuario per l’infanzia embrionale e fetale degli esseri umani. E’ gastronomia liquida di tipo laico, non ha accenti profetici o mistico-orientali alla Satyagraha, non è protestataria e felicemente ricattatoria come tanti grandi digiuni, anche italiani, ben altrimenti pericolosi e duri per chi li ha intrapresi. Di unitivo c’è qualcosa, ma non verso il divino, piuttosto verso l’amicizia umana e la capacità di comprensione logica e morale, che credo alla fine invincibile. E’ un mezzo di contatto subliminale, questa piccola dieta per la gande moratoria, qualcosa in fondo di molto simile a un giornale non giornalistico come il Foglio. E’ un menu mentale e forse spirituale che non offende, ma elude, la celebrazione domestica dei riti natalizi. Tutti sappiamo quanto la tavola, dopo la distruzione del giudaismo del secondo tempio, sia stata la chiesa o sinagoga domestica capace di riunire liturgicamente, per affinità o analogia, le religoni monoteiste giudea e cristiana di cui siamo o dovremmo essere figli orgogliosi e umili. Non sedere a quella tavola, e in un tempo che non è quaresimale, penitenziale, è un atto che poteva nascermi dentro come impellenza solo in dipendenza dalla mia educazione laica e non credente. In autunno scherzavo aforisticamente con i miei redattori e amici del giornale: “Sento molto la mia mancanza”, dicevo, ed era vero. Un lungo lutto estivo mi aveva svuotato, indebolito. Ora posso solo dire, com’è naturale per chiunque non partecipi qualche giorno al formidabile banchetto del materialismo e realismo della vita, che accade il contrario: “Sento molto la mia presenza”.

Una battuta che si addice alla mia devozione laica

Andrea ama la musica, sa conversare e stare zitto, mi è venuto a trovare. Dopo il solito brodino star, che tutto sommato non è male, ci siamo messi a chiacchierare, a leggere e a carezzare le canuzze davanti al camino. Ho ripensato a un messaggino sms di quel sufi cristiano che è il mio amico P. B. da Agira, Sicilia. Mi racconta affettuosamente che il prete alla messa, nel corso dell’omelia, ha encomiato la moratoria sull’aborto e ha chiesto a Dio di benedirmi. Ho provato il senso di gratitudine tipico dell’amicizia, anche tra lontani e sconosciuti. Poi un piccolo spaesamento. E alla fine l’ironia, che è sempre l’arma più forte se non traligni in sarcasmo, mi ha suggerito una battuta interiore che non è male: “Come sono caduto in alto”.

Il tè, la porcellana di Fran, Quinto Fufio, che ci faccio qui?

Tornato nella casa di campagna, martedì di Natale verso sera. Dromito una mezz’ora. Stanchezza, non patologica. La pappa del cane scomparso, Quinto Fufio inteso Fufio, è stata mangiata in mia assenza, ma di Fufio nessuna traccia. Spero che sia caccia all’amore e che non gli succeda niente. Se poi quel porco scopa in giro, torna a pranzo e se ne riparte, mi sentirà. Lo stronco. Tough love. Bevo tè in quantità, come un fratello Karamazov emigrato in Maremma. Ma lo bevo nella tazza di porcellana che ci ha regalato Fran, una vecchia amica di mia moglie Selma, che abitava a Londra, a Little Venice, in una casa di bambola deliziosa, e che era una donna vasta, abbondante e quasi senza confini nell’allegria della sua pelle, di porcellana anch’essa. Una volta andammo a trovarla nella sua casina di campagna nel Suffolk, e ci parlò di un fidanzamento del vicar della locale chiesetta episcopaliana, appoggiata alla sua maisonnette, e non ho mai capito se il fidanzamento era con lei o con un’altra. Anche nella casa di campagna rideva come una bambola antica, era deforme e bellissima. La vita è deforme e bellissima, e anche difforme, se Dio vuole e se gli uomini di questo tempo non riusciranno a eguagliarla e a svuotarla di ogni differenza. In proposito Meotti, la cui amicizia è fiera e implacabile, mi ha mandato un altro testo, dal Daily Mail. Fantastico. Una donna della high society londinese parla della sua bambina Domenica, sindrome di Dawn, e come ne parla. Chissà se domani troveremo spazio per pubblicare il pezzo nel Foglio: égalité, diversité, liberté, fraternité. What am I doing here?, si domandava il viaggiatore Chatwin. E’ una domanda che non può evitare di farsi, con un effetto di straniamento anche maggiore, chi rinunci a un viaggio esotico e passeggi intorno al panorama più esotico che esista, se stesso.

Cena di vigilia, giorno di Natale, e altro

I commensali mangiucchiano, per me brodo star in acqua bollita su una cucina economica, a legna, installata da R. e da me inaugurata (e me ne vanto, avviare a freddo quei marchingegni non è da tutti). Conversazione amabile e interessante, tre maschi amici possono avere una certa grazia femminile. Le tre canuzze bellissime e molto natalizie. Giustina in posa, avida di cibo ma in dieta anche lei, per la schiena. Le pelosette giocano a strafottere, cucciole come sono. Molte telefonate, messaggi, mail. Un piacere. A letto alle undici, nottata bellissima. Stamane lezione di filologia di A., dopo mezzo bicchiere di latte e caffè. Più tardi in visita dalla vecchia sorella di mio padre, poi ritorno a casa sperando in buone notizie, che latitano, del cane Quinto Fufio, in giro per amore. A proposito di amore. Nell’angelus di domenica il Papa ha detto che il cristianesimo è l’incontro con una persona, Gesù, e non un’idea o un’etica. Vero, non terrebbe cartellone da duemila anni e passa se non fosse, il cristianesimo, un innamoramento, un’adorazione, una liturgia del e nel mistero. La qualità o il carattere dell’amore cristiano però fa problema. L’amore moderno è altrettanto cristiano, quale che sia la sua pretesa di indipendenza e di rivolta in relazione alle radici, quanto distratto e sentimentale. Il dio dell’amore convince e seduce, il maestro di giustizia meno, molto meno. Ne parliamo dopo. Ora nella stanza in cui scrivo si chiacchiera amabilmente di caratteri Bodoni, e si cazzeggia.

Una noce. Una buona notizia. Premuta di bistecca

Arrivato a Tavarnuzze nel pomeriggio, clima dolce e fresco. Preparativi natalizi. Blocco sulla Siena-Firenze. Deviazione a Poggibonsi, val d’Elsa e val di Pesa: belle e nebbiose. Mangiata una noce. Adriano severo, perché la noce è solida, non liquida. Mi cita Pannella radiofonico, che dubita. C’è anche la premuta o il frullato di bistecca, per le diete liquide: così ironizza Marco. Io non sono magro, non sono indiano, non digiuno. Ingurgito acqua fino al primo dell’anno, e qualche noce, una o due al giorno. Oggi di solido c’è una buona notizia: hanno cacciato i quattrini per i centri della Mangiagalli. Tanti quattrini, mi ha detto Nicoletta Tiliacos, riferendo un fatto raccolto dalla Roccella. Già, i Roccella. Radicali, e anche solidi.

La dieta speciale è cominciata

Dopo quattro giorni di preparazione attenta, la dieta speciale è cominciata oggi, vigilia di Natale, e durerà fino al mattino del primo giorno del 2008 (quarantennale del 1967 + 1). Caffé, mezzo bicchiere di latte. Più tardi una spremuta d’arancio. Stasera brodino vegetale dal mio amico Adriano, dalle parti di Firenze, con Andrea e Michaela. Comprate aspirinetta e polase. Sono molto solo e molto concentrato, però mai stato così socievole. Sono meticoloso nel respingere cortesemente gli inviti, ma mi sento un invito in carne e ossa. Molta carne, poche ossa. Il cielo fuori dalla finestra dello studio ha quel bellissimo livore invernale, dove l’aggettivo tratto dal sostantivo, livido, cielo livido, cambia di significato rispetto alla radice psicologica. Livido è bello, per lo meno a Natale. Per la rassegna dei giornali c’è tempo, eppoi vorrei dire qualcosa sul Papa, sull’etica e sull’amore cristiano. Quando parla il Papa non c’è problema che tenga, però per noi papisti fuori le mura, forse un problema c’è. Vedremo. Fatemici pensare ancora.

Magris, dovresti fare punto.

Claudio Magris è come sempre elegiaco, elusivo e falso tragico. In una parola, ideologico. Un buon cattolico e un buon cristiano, ma ideologico. Merita davvero un Nobel. Ha scritto molte parole nel Corriere, contro Babbo Natale. Vuole farci sentire la sua malinconia anticonsumista, e ne ha diritto. Ma quando ci spiega che Natale è la nascita di un bambino, ecco, lì dovrebbe fare punto. Punto e a capo.

Parla la donna del ricorso. Voglio un figlio sano. Eccetera

La mia prova più difficile arriva sempre quando a parlare è un individuo, una donna in questo caso, una donna che desidera un figlio, non vuole trasmettergli una seria patologia ereditaria, dunque ricorre alla procreazione artificiale assistita attraverso associazioni come madreprovetta o cercounbimbo e, di fronte ai limiti della legge 40, fa ricorso e si vede dare ragione da un giudice civile di Firenze. Con la conseguenza, denunciata da Shriver in America (vedi sotto) ma anche dal laicissimo ugonotto francese, a capo del comitato di bioetica, che ha parlato a Le Monde di selezione eugenetica dispiegata attraverso la generalizzazione delle diagnosi preimpianto o prenatali (l’intervista fu tradotta e pubblicata e discussa per settimane nel Foglio, nel silenzio stampa generale). Giovanni Berlinguer, illuminista ma anche vecchio comunista, e chissà che cosa ho voluto dire con questo, fu nella sostanza d’accordo con l’allarme dell’ugonotto di Francia (di cui adesso non ricordo il nome, Didier qualcosa) e con il nostro allarme. Alla donna di Firenze, intervistata su Repubblica oggi, domenica 23 dicembre, direi questo: “Cara signora, non la giudico. Esercita i suoi diritti, coltiva il suo desiderio, la sua coscienza personale le dice quel che deve fare. Lei vuole ’solo’ un figlio sano. Non lo vuole perfetto, biondo e con gli occhi azzurri. Lei dice di non capire tutte queste polemiche, dice che è solo buonsenso, dice di essere felice della sentenza. Punto. La capisco. Lei soffre di una patologia ossea e non vuole trasmetterla a un figlio procreato con il mezzo tecnico della fecondazione artificiale. Chi non vorrebbe un figlio sano, nel senso da lei suggerito? Sembrerebbe anzi una questione privata. Creaturale e non dogmatica, come direbbe il mio amico Ruggero Guarini. Materia per romanzi che sprofondano nella coscienza, non per un dibattito pubblico secondo logica oggettiva, legale, morale, culturale, spirituale e intersoggettiva. Ma le cose non stanno così, cara signora. Fuori di noi, fuori del nostro desiderio legittimo, fuori delle nostre buone intenzioni, fuori della nostra coscienza, fuori del nostro diritto, stanno – che le vediamo o no, che le consideriamo o no – le cose e le persone. Quando lei dice: “Voglio un figlio sano”, lei dice nello stesso momento: “Non voglio quel figlio malato, ne voglio un altro, e la tecnica mi consente di scegliere”. Si tratta di scegliere: tu sì, tu no. Il fatto che la scelta si faccia in laboratorio, in vitro, invece che nel suo seno, non cambia di molto il problema. Lo raffredda. Lo rende moralmente più maneggevole, forse. La funzione della tecnica, quando non sia sotto il controllo della cultura e della civilizzazione, è quella: rendere più maneggevoli e serene le scelte più tragiche. Eppure la scelta tra due embrioni è la stessa cosa di un aborto selettivo. Nel caso della fecondazione artificiale c’è perfino un di più, l’inesistenza di ogni azzardo, il divenire concreto dell’amore in una scelta programmata. C’è poi un altro problema. Il suo ricorso è nato da un desiderio privato che vuole farsi diritto privato, ma ha conseguenze pubbliche di enorme portata. Anzi, ha una conseguenza: l’eugenetica, il miglioramento della razza. Se diventasse ovvio, scontato, di buonsenso, scegliere un figlio e fabbricarlo come lo si desidera, in prima battuta sano e poi vediamo quali altre caratteristiche debba o non debba avere, sarebbe abrogato il confine che ci separa da una sofisticata Rupe Tarpea, cioè dal raffinamento e imbarbarimento ulteriore, tecnoscientifico, di un vecchio sogno o incubo superomista precedente l’era cristiana, l’era in cui si è deciso nei cuori e nelle opere e nelle leggi in favore della humanitas, della uguale dignità di ogni essere creato. Questa verità logica e storica non può forse prendere posto nel suo desiderio, troppo vivo, troppo umanamente comprensibile, troppo caldo e doloroso, ma deve prendere posto nella visione oggettiva delle cose da parte di chi fa le leggi e di chi pretende di ragionare sulla questione laica del “chi sono” e del “che cosa debbo o posso fare”. Il giornalista che l’ha intervistata facendo di lei la tribuna dolente di uno sfondamento agognato della legge 40, e il titolista che ha dettato: “Polemiche dopo la sentenza. Diagnosi pereimpianto, in arrivo modifiche”, avrebbe il dovere di tenerne conto. Il suo desiderio ha il giusto posto nel governo della mentalità corrente, e infatti le leggi negli altri paesi danno ragione a lui, al desiderio, ma l’eccezione alla mentalità corrente determinata dalla legge 40, dal referendum che l’ha confermata in un turbine di polemiche durissime, e dalle opinioni di milioni di cristiani o di non cristiani, presbiteri o laici, che considerano intrattabile la deriva eugenetica in corso, anche quelle dovrebbero trovare posto. Qualcuno, in una società decente, dovrà pure prendere le parti dell’altro figlio, quello che non è sano. Sono certo della sua comprensione e le faccio molti auguri di buon Natale”.

Ecco la mia diagnosi preNatale

I giornali laicisti (90 per cento e più) sono pieni di crassa e politica soddisfazione per la decisione di un giudice favorevole a una diagnosi preimpianto o prenatale (è lo stesso, il fatto e il cromosoma), e come sempre fanno autorevolmente schifo non per la tesi assurda e legittima che sostengono, ma per il modo unilaterale, per conformismo e piattezza, no dissentig opinion: s’imbrodano unanimi e s’illuminano d’immenso ideologico, sono certi che adesso, magari con il contributo della ministra cattolica e mia amica disperata Livia Turco, si potrà rovesciare il verdetto parlamentare della legge 40 e quello popolare del referendum, che sarebbe stato più chiaro se la battaglia fosse stata per il no, ma è risultato abbastanza chiaro lo stesso, visto che il sì all’abrogazione non ha superato il 23 per cento dei consensi. Sostanza: vogliono la libertà di diagnosi prenatale. Ecco però che cosa dice Timothy Shriver, che mi segnala Giulio Meotti (grazie, magnifico ragazzo). Uno Shriver, caro Veltroni, uno della famiglia Kennedy, che guida il comitato olimpico degli atleti speciali, quelli con disabilità fisiche. Riporto i capoversi decisivi in inglese, li riassumo e traduco il più importante, quello che consente, a Timothy Shriver e a me, di fare una bella diagnosi preNatale alla nostra immensa e illuminata civiltà. Ecco Shriver.
Today’s mothers experience dramatically increased feelings of passive and involuntary segregation. And unlike their counterparts in 1970, a stunning 40 percent of them report being confronted with accusations that their child could have been “avoided.” The conclusion is inescapable and stark: Although our policies over the past thirty years have become more supportive of people with Down syndrome, these children are increasingly seen as liabilities. We’ve become more generous with services, but more judgmental too. In this strange mix, what’s clear is that we still don’t believe that people with intellectual disabilities are valuable. When parents knowingly choose to have such a child, the message they frequently receive from the larger society is that they have chosen wrongly. Imagine knowing that others believe your child should not exist. Year after year the debate rages about abortion and choice. But the time has come for a different debate-a debate about what exactly we are choosing. To many people, it is surprising that some studies suggest that the majority of parents of children with Down syndrome report that having to deal with the disability has brought positive changes in their lives. These parents report high rates of happiness, family strength, and personal confidence. Common experiences include a new or increased sense of purpose in life, the acquisition of new skills, and an increased regard for spirituality. The disaster many people associate with the birth of a child who has a disability is not the complete picture. In fact, despite adversity, most family members cope, and find new meaning in their lives. They turn apparent loss into profound gain. Those who live with and care for people with Down syndrome are able to do this because they know something that the technicians of genetic testing may need to learn: in giving to one another, we get back far more than we give. And in accepting unconditionally the full dignity of every human being, we often discover our own. In this way, the parents of children with Down syndrome embrace the always-unfulfilled aspiration of our nation’s founding-that we are all equal, capable, worthy of a chance, no matter what. But does our nation still believe that? At this moment, the stakes are high. For make no mistake: we are in the midst of a silent resurgence of eugenics. The idea that each of us has equal human value regardless of background, wealth, religion, or disability-a cornerstone value of both our religious traditions and our political heritage-is at risk today. The promise of equality and universal dignity is the radical challenge that inspired the founding of our nation and one that we dare not forget today. To take up that challenge is to understand that disability-whether mental or physical-is not an end but a beginning. That belief is a choice. And it is a choice worth living for.
Fin qui Shriver. Primo capoverso, riassunto. Siamo progrediti. Forniamo servizi migliori di trent’anni fa ai genitori di bambini down. Ma ora li condanniamo in nome della nostra nuova morale prodotta dal progresso della tecnica. Potevate evitare quel bambino. Potevate scegliere, pro choice. Poi Shriver mette in questione la cosa vera: discutiamo sempre sul pro choice, in linea di principio, ma non ci domandiamo che cosa scegliamo. Commento mio. Questa è la mia linea: io sono pro choice, e poi voglio che la scelta sia chiara, senza l’unzione dell’ipocrisia. Questa è una guerra culturale moderna, l’unico mezzo per riportare la pace dei giusti e dei forti nella stupida irrequietudine postmoderna. Pro choice e pro life. Nominare le cose con il loro nome. Secondo capoverso, riassunto. E’ più felice chi sceglie per la vita. Questa è una cosa che risulta sconosciuta ai tecnici della diganostica prenatale (e, aggiungo io, ai lettori di giornale o ai vedenti di telegiornale). Peccato, perché intorno alla scelta per la vita si giocano i criteri ordinatori della Repubblica americana, il più grande esperimento di eguaglianza e di libertà sulla terra. Peccato, perché sta risorgendo l’eugenetica, una visione del mondo che ebbe la sua fortuna anche nel mondo libero, il nuovo mondo, ma sulla quale il nazismo avrebbe dovuto aver detta l’ultima parola. Era la penultima, invece. Nominerai la cosa con il suo proprio nome. Terzo capoverso, traduzione. La promessa dell’uguaglianza e della dignità universale è la sfida radicale che ha ispirato i fondatori del nostro paese, una sfida che oggi non dobbiamo osare dimenticare. Rilevare quella sfida vuol dire capire che la disabilità – fisica o mentale – non è una fine ma un inizio. Questa certezza è una scelta. Una scelta per la quale vale la pena di vivere. Commento mio: la grande retorica americana pro life è infinitamente superiore alla retorica europea abolizionista della pena di morte. La realizza nelle sue premesse, dunque non è una retorica bolsa, ipocrita, genericamente e vanamente filantropica. Non ho ancora letto, ne parlerò più tardi, l’intervista alla madre che è contenta per la sentenza a lei favorevole, forse, del giudice che vuole smantellare la legge sulla procreazione che è umana, equilibrata, sapiente, medievale nel senso più alto del termine. Ho letto però due righe finali dell’intervento sull’Unità di un ginecologo che propone dei compromessi: scrive che è diventato persona quando si è iscritto al sindacato. E io sono diventato persona quando ho fatto il mio primo 740, caro ginecologo. Che buffonata umanitaria e pusilla questo non saper dire: voglio l’eugenetica, basta con gli scrupoli, selezioniamo la specie, miglioriamo la razza, questo non saper nominare la cosa secondo la sua verità. E questa è la mia diagnosi preNatale, nella domenica di antivigilia del 2008.

Tutto bene, benissimo, ottimo il menu

Preparazione della dieta liquida a partire dalla mattina della vigilia fino alla mattina del primo dell’anno 2008, quarantennale del 1969-1. Ieri, sabato 22, ho mangiato un biscotto, al mattino, sessanta grammi di pasta all’olio con due alici a pranzo, più un’arancia; un’insalata con una scatoletta di tonno e quattro taralli la sera. Caffé e sigarette in diminuzione. Pillola per la pressione dimezzata. Dosi ridotte anche per betabloccanti e stimolatori del pancreas. Sto benissimo, ovviamente. Solo in campagna con tre canetti (Fufio, anzi Quinto Fufio detto Fufio, è scappato stamane, domenica mattina: sesso? anche lui un fissato?); sono in contatto affettuoso con Selma che è a New York, telefonicamente un po’ isolato dagli amici, ma con scambi di auguri via sms e via mail. Ho parlato con Marcenaro, che è matto come Barney, e anche gentile come lui oltre che strambo, e ha telefonato per gli auguri a Margherita Hack, l’astronoma atea e toscana, rubando il telefono all’elenco inviti di Otto e mezzo, cioè a sua moglie Franca. Che vergogna. Gli auguri a una vittima della sua satiriasi. Prima di staccare definitivamente il telefono di casa, quello portatile l’ho dovuto riaprire stamane per ascoltare se qualcuno mi annunci il ritrovamento di Quinto Fufio, mi ha chiamato la dolcissima Natalia Augias, che non è una puttana né una raccomandata ma lavora in Rai (ci ha scherzato su con motlo buon gusto). Riotta voleva un sound bite sulla moratoria per il Tg1. Ho declinato con cortesia e gratitudine perché vorrei che dieta eventuale, riflessione natalizia, e tutto il resto, siano una dimensione privata che ha un lato pubblico, non la notizia sull’impossibile digiuno di un omaccione grasso, non la falsa notizia dell’ascesi di un uomo molto mondano. Per adesso basta. Tra un po’ pubblico qualche nota sul menu dei giornali di oggi, domenica di antivigilia. Sempre dal paziente Christian (ho sentito anche lui per cose tecniche e per ringraziarlo dell’ospitalità, ieri, nella sua deliziosa efficienza newyorkese moderna e blogger, e nella sua strana humanitas o filantropia radicale, sempre felicemente ambigua). A dopo.

L’appello per la moratoria sull’aborto

Una dieta speciale per la moratoria sull’aborto. Perché siano garantiti fondi al movimento per la vita e ai centri di assistenza che lavorano contro l’aborto, come ha chiesto ieri il giornale dei vescovi e come dovrebbero chiedere i giornali borghesi e laici. Una dieta semplice, che consiste nell’assumere soltanto liquidi dalla vigilia di Natale (dalla mattina della vigilia di Natale) al primo dell’anno (alla mattina del primo giorno del 2008). Non lo chiamo digiuno perché sono grasso, sebbene io pensi in generale di essere felicemente grasso e di recente mi senta un grasso molto in forma, orgoglioso di avere lo stesso peso corporeo (quello mentale è un altro paio di maniche) attribuito a Tommaso d’Aquino.

Questa è la mia decisione, e chi voglia associarsi sarà il benvenuto. Non chiamatela testimonianza, perché la testimonianza è sorella del martirio. Chiamatela per quello che è. Una dieta speciale contro l’ipocrisia e la bruttezza di un tempo in cui la morte viene bandita in nome del diritto universale alla vita e blandita, coccolata come un dramma soggettivo, nella spregevole forma, e molto oggettiva, dell’aborto chirurgico o farmaceutico.

Terrò un diario pubblico dalla casa di campagna in cui mi ritiro, lo terrò in questo giornale e, nei giorni in cui non sarà in edicola, nel suo spazio sulla rete (www.ilfoglio.it). Ho consultato il mio medico e mi ha detto che posso fare quel che faccio senza troppi problemi, basta bere molto, dosare le pillole antidiabete ed eseguire qualche banale controllo della glicemia e della funzione renale. Non è un sacrificio eccezionale, tutt’altro. E’ un altro modo di fare festa. E’ una cosa che non mi sarei mai sognato di immaginare nella vita e che in genere mi ispira una tremenda diffidenza: una buona azione. Buon Natale.

Per scrivere e aderire: lettere@ilfoglio.it

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