CAMILLO


Barney e io


IL FOGLIO, 2 luglio 2005

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Esattamente quattro anni fa è morto Mordecai Richler, l’autore della Versione di Barney. Era il 3 luglio del 2001. Non ho mai incontrato MR, eppure mi sembra di averci fatto il militare insieme. Non solo perché ho letto i suoi libri, i suoi articoli, i suoi saggi e quasi ogni cosa lo riguardasse. E nemmeno perché ho conosciuto sua moglie e i suoi figli, né perché sono andato a vedere dove è nato, dove è cresciuto e dove ha ambientato le sue storie. Mi sembra di conoscerlo bene anzi benissimo perché il suo Barney Panofsky è la creatura che meglio di ogni altra sintetizza l’essenza del Foglio che state leggendo: un giornale, per usare una famosa espressione barneyana, “totalmente non necessario” eppure, questo lo dico io, formidabile.
Il merito, o la colpa, di questa passione per MR è di chi dirige questo giornale. Ricorderete che Il Foglio (nel 2001 si chiamava ancora così) fece un’inaudita e per certi versi scandalosa campagna a sostegno del libro di Richler. Ogni giorno, per alcuni mesi, pubblicammo recensioni, articoli, rubriche ed estratti di un romanzo che non si può dire non ci fosse piaciuto. Il libro era bello, davvero bello. Migliore di qualsiasi altra cosa avessimo letto negli ultimi anni, anche se su questo punto mi permisi di esprimere un dubbio che il caro direttore ancora mi rimprovera e su cui tornerò dopo. La Versione di Barney era ed è un libro divertente, appassionante, romantico, ruvido, malinconico, politicamente scorretto. E Barney è un personaggio che non ha remore a dire quello che pensa né alcun “timore terrazziale” di diventare una persona indesiderata e socialmente impresentabile. Barney ovviamente era il ritratto del suo autore, sebbene Mordecai Richler per vezzo sostenesse il contrario: “Ero Barney mentre lo scrivevo, ma non prima né dopo”. Eppure è evidente che sarà lui per sempre. Intanto è il suo ultimo romanzo, ed è quello che affronta i temi della malattia e della vecchiaia, quindi della morte. Poi perché è l’unico dei dieci romanzi che MR abbia scritto in prima persona. Tutti i luoghi, tutti gli episodi e tutti i personaggi, con l’eccezione della seconda signora Panofsky, sono ispirati a posti, fatti e gente reale. La prima signora Panofsky, a grandi linee, è Cathy Boudreau, una simpatica e stramba ragazza di Montreal che Richler sposò negli anni Cinquanta. MR non l’amava, almeno così diceva e scriveva. Erano amici, compagni e complici, anche se litigavano sempre. Il motivo era che lei voleva un figlio e lui no, almeno non con lei. Il matrimonio durò quattro anni, fino a quando MR si innamorò della loro amica Florence Wood, a sua volta sposata con Stanley Mann. MR conobbe Florence il giorno precedente il suo matrimonio con Cathy, mentre Barney incontra Miriam il giorno del matrimonio con la seconda signora Panofsky.
MR e Florence avrebbero voluto sposarsi subito, ma dovevano aspettare la risoluzione dei rispettivi matrimoni. Il divorzio a quei tempi era proibito. L’unica possibilità di risoluzione del contratto era l’adulterio. Ma Florence non poteva farsi vedere con altri uomini, viceversa avrebbe perso l’affidamento del figlio Daniel. MR non aveva questo problema, così assunse una professionista, non una prostituta, ma una che faceva la “causa di divorzio” come mestiere. Presero una camera di albergo fuori Londra. Si spogliarono e si misero sotto le lenzuola. Pochi istanti dopo nella stanza fecero irruzione un detective e un fotografo che li colsero ignudi. La pantomima immortalata su pellicola arrivò in tribunale e Mordecai fu di nuovo libero. Per evitare imbarazzi ai conoscenti comuni, Mordecai e Florence lasciarono Londra e si rifugiarono in Italia, a Roma, in via Biferno 3. Quando giunsero le carte del divorzio di Florence, decisero di sposarsi ma non trovarono nessun rabbino disponibile perché Florence era incinta di nove mesi. La cerimonia fu celebrata in una chiesa presbiteriana di Montreal: “Senta, sono entrambi ebrei – disse il testimone di nozze di Mordecai al prete – Please don’t go into Jesus Christ”. Alla cena nuziale, Florence disse a suo marito: “Vado in ospedale. Finisci il tuo champagne e poi vieni in sala parto”. L’indomani nacque Noah.
Anche la prima moglie Cathy in seguito si risposò, poi finì col diventare una suora buddista. Ora voi ve lo immaginate uno come MR accanto a una suora buddista?
In Italia La Versione di Barney fu pubblicata nell’autunno del 2000, ma non ebbe l’istantaneo successo che si meritò successivamente. Il Foglio ne scrisse subito molto bene, nella rubrica Libri, con una recensione di Mariarosa Mancuso. Altri ne scrissero meraviglie. Ma le vendite non superarono la buona routine di simili libri Adelphi.
In quei giorni Mattia Feltri e io comprammo due copie della Versione alla libreria Mondadori che si trova sotto la redazione di Milano. Io la regalai subito a un amico che quella sera compiva gli anni. Mattia cominciò a leggerla la sera stessa, sul treno che lo portava a Bergamo. L’indomani era così entusiasta che mi costrinse a comprarne un’altra copia. Ovviamente lo disse anche al direttore, ma finì lì. Due mesi dopo, il direttore telefonò a Mattia: “Questo è un ordine: devi assolutamente leggere un libro eccezionale…”. Era la Versione di Barney. Da quel momento qualsiasi scritto di Richler o su Richler o di un parente di Richler è diventato notizia di prima pagina per il Foglio, più importante di qualsiasi altra cosa succedesse in Italia o nel mondo. Marco Ferrante ha seguito i coniugi Richler da Roma a Napoli. Sandro Fusina ha scelto ogni giorno alcune frasi del libro da ripubblicare sul giornale. Mariarosa Mancuso ha raccontato ogni aspetto del carattere delle donne di Barney. Andrea Marcenaro ha cominciato a parlare con accento canadese e da quel tunnel non è mai più uscito, come si intuisce dalla sua quotidiana Andrea’s Version.
Poco dopo, il 3 luglio 2001, MR morì. L’anno successivo andai a Montreal per raccontare la sua vita attraverso i suoi familiari e i luoghi dove erano cresciuti lui e Barney. Sul Foglio uscirono cinque pagine intitolate “Sulle strade di Barney”, pagine che riuscii a scrivere nell’intervallo tra una spiegazione e l’altra agli increduli canadesi che non si capacitavano del successo italiano di uno scrittore che considerano assolutamente canadese, anzi la quintessenza di Montreal. Eppure in Italia la Versione di Barney ha venduto quasi trecentomila copie. Qualche mese dopo il mio viaggio, lo scrittore russo-americano Gary Shteyngart, autore del libro “Il manuale del debuttante russo” (Mondadori), fece per la rivista Slate lo stesso identico viaggio alla scoperta dei luoghi di Barney. E ne scrisse anche lui cinque puntate.
A Montreal la moglie di MR, Florence, mi chiese come fosse iniziata la campagna pro Barney del Foglio. Le raccontai l’episodio di me e Mattia e della successiva telefonata-ordine del direttore di un paio di mesi dopo. La cosa fece molto divertire la signora Richler, la quale mi disse che certamente sarebbe piaciuta anche a Mordecai. (I Richler erano ovviamente molto contenti della campagna del Foglio e anche di certi nostri maccheronici entusiasmi: quando nel 2001 vennero in Italia qualcuno gli sottopose una copia del Foglio di quel giorno che aveva i consueti sei sette articoli su Barney più due fotografie formato poster di Mordecai, una recente e una degli anni Cinquanta. Era il nostro benvenuto in Italia a MR. La prima foto lo ritraeva con gli occhiali da vista calati sul naso. La seconda era uno scatto degli anni Cinquanta. Quando Mordecai la vide ci disse: “Ehi, sappiate che questo non sono io”. Ci sbagliammo o sbagliò l’agenzia fotografica che sotto il suo nome aveva archiviato la foto di uno sconosciuto. Jake Richler, il figlio più giovane, l’anno successivo davanti a una bistecca in un pub di Toronto mi disse di non preoccuparmi perché in fondo “è successo anche al New York Times”. Il più grande giornale del mondo aveva infatti pubblicato una foto di Mordecai che non era Mordecai. Era il cantante Leonard Cohen. “Un altro fottuto ebreo di Montréal, avranno pensato in redazione”, scherzò Jake).
In occasione del primo anniversario della morte di Richler, nel 2002, a Montreal fu organizzato un grande evento in suo onore, poi trasmesso anche dalla televisione di Stato. Il giorno precedente ero al bar del Ritz, uno dei posti preferiti da MR, anche perché si trova esattamente di fronte al suo appartamento. Con la famiglia Richler quasi al completo c’era una loro cara amica, l’attrice israeliana Haya Clayton che fu la protagonista femminile di Ben Hur. C’era anche il direttore del Foglio. A un certo punto la signora Florence mi chiese di raccontare a tutti gli altri come fosse iniziata la campagna del Foglio, cioè la storia della segnalazione del libro al direttore e della sua entusiastica telefonata successiva. Io feci finta di non capire e provai a cambiare discorso. La signora Richler però insistette e alla fine spiegò lei stessa tutto quanto: disse cioè che l’ideatore della campagna all’inizio sembrò ignorare il consiglio dei due giovani di bottega. “E’ vero” – replicò il direttore riferendosi a me – “però lui”, cioè io, “pensa che Philip Roth sia più bravo”. Io mi sarei voluto sotterrare. Oddio. Che figura. Magari lo scrittore odiato da Barney, quel Terry McIver, era proprio Roth. Mi sono risollevato soltanto quando ho scoperto che Richler e Roth in realtà erano amici. E l’ho scoperto solo questa settimana, leggendo un bellissimo libro su MR appena uscito in Canada e scritto da Michael Posner. Si intitola “Mordecai Richler, The last honest man”. Richler e Roth erano compagnoni (un altro era Sean Connery, ex spasimante di Florence non ancora in Richler). Una sera, a Londra, Mordecai e Philip si sono sfidati a duello su chi avesse avuto il coraggio di dire più oscenità nel bel mezzo di una cena. Richler aveva già pubblicato Cocksure, una satira della Swinging London così scabrosa da costringere i suoi parenti a togliergli il saluto. Roth invece stava lavorando al Lamento di Portnoy. Al tavolo gli altri commensali non potevano credere alle loro orecchie. La padrona di casa era bianca per l’orrore che si stava consumando al suo tavolo, ma non poteva fare niente per fermarli. Nessuno aveva il coraggio di intervenire. I due sono andati avanti per un’ora, aumentando sempre di più il grado di sconcezze. Non vinse nessuno dei due. Finì in parità. Alla fine della cena, Roth disse a Richler: “Perché non vieni con me a New York ed entri nel business ebraico?”.
Il libro di Posner è una miniera di notizie sul conto di MR. Sia pure nascosta, e mai detta esplicitamente, ce n’è una mica male che io avevo cercato e non ero riuscito a trovare. Avevo chiesto a tutti, amici e parenti e conoscenti, di svelarmi chi fosse questo Terry McIver. Nel romanzo era un vecchio amico di Barney diventato scrittore di successo e divorato dall’invidia. Barney lo detestava. Nessuno mi rispose. Nessuno mi volle dire niente. Capii che in qualche modo MR si fosse pentito delle cattiverie che gli aveva dedicato. Nel libro di Posner il nome non c’è, non si fa proprio cenno a McIver. Però compare spesso Brian Moore: negli anni Cinquanta e Sessanta era un grande amico di Mordecai, che allora tutti chiamavano “Mutti”. Moore era più vecchio di qualche anno e non sopportava il fatto che i suoi romanzi non riuscivano a trovare un editore, mentre il giovane Mutti ce l’aveva fatta. Moore infine pubblicò il suo primo romanzo solo grazie a una “raccomandazione” di MR alla propria casa editrice. Moore quindi era in debito con Richler. Così l’invidia diventò risentimento. I due si separarono, formalmente perché MR declinò l’invito di un giornale a recensire il libro dell’amico. Moore se la segnò e ruppe i rapporti, ma entrambi si controllavano a vicenda: quante copie vendo io, quante copie vende lui, quali premi ho vinto io e quali riconoscimenti ha avuto lui.
Alla morte di Moore, nel 1999, Richler scrisse un commosso necrologio sul National Post tentando di recuperare il rapporto e svelando che l’anno precedente, quanto MR fu operato la prima volta di tumore, il ghiaccio fu rotto da una bella lettera del suo ex amico. “Quando la lessi mi sono scese le lacrime – scrisse Richler – a pensare alla nostra amicizia stupidamente troncata. Ma ora è troppo tardi”. Anche perché con La Versione di Barney, che è del 1997, aveva già cucinato a fuoco lento McIver-Moore. Ma evidentemente se ne pentì. Ecco perché tutti i suoi conoscenti non mi hanno voluto svelare l’identità dell’odiato Terry McIver.
Il libro di Michael Posner contiene una quantità industriale di episodi su MR. E’ una biografia orale, nel senso che la vita di Richler è raccontata in prima persona da un centinaio tra parenti, amici, colleghi e avversari di MR. Non è l’unico nuovo libro su Richler. Intanto il prossimo anno uscirà un “Atlante della letteratura canadese” compilato dal figlio Noah. L’anno scorso David McFarlane, un romanziere stimato da MR, ha scritto un monologo teatrale intitolato “Four Nights with Mordecai”, la storia di un attore che deve interpretare in scena MR. Di recente è uscito un altro saggio su Richler dal titolo “Mordecai & Me”, scritto da Joel Yanofsky, un giornalista-saggista ossessionato nel bene e nel male da MR. Un rapporto di amore e di odio che traspare riga dopo riga del libro, al punto che non sembra una biografia di Richler ma un’autobiografia. Un flusso di coscienza o un resoconto di una seduta psicanalitica. Yanofsky, con quel cognome già simile a Panofsky, è nato nella stessa strada di Mordecai Richler: Rue St.Urbain. Fin da piccolo MR era il suo eroe. Da grande voleva essere come lui. Quando Yanofsky ha cominciato a scrivere, la sua “ossessione” è diventata quella di diventare amico di MR, di farsi accettare, di essere considerato un suo pari. Ma gli incontri con Richler non sono mai andati oltre la stretta di mano. L’amore s’è trasformato in qualcos’altro, in una delusione innanzitutto. MR non amava l’aspetto mondano del suo successo, anzi lo detestava. Non era un chiacchierone. Era incapace di parlare del più o del meno con gli sconosciuti. Quando era costretto a frequentare i salotti, restava zitto come un pesce e ogni volta Florence lo supplicava di togliersi quella faccia da morto. Allora MR si stampava sul volto un sorriso a tutti-denti. “No, questo è troppo”, gli diceva sua moglie. MR si accendeva il sigaro e non si allontanava troppo dalla bottiglia di McCallan. Se parlava, erano guai. Gli uscivano battute e cattiverie a non finire. Florence intuiva quando stava per esplodere e spesso riusciva a evitare la deflagrazione. Ma non sempre. A un cameriere gay che gli si era avvicinato due o tre volte per fargli spegnere il sigaro, MR rispose: “Senta, mi lasci fumare. A me non interessa che cosa si mette in bocca lei”. Una volta fu cacciato da un evento organizzato in suo onore. La presidentessa del gruppo di donne che lo aveva invitato cominciò a parlare e a parlare e non la smise più. Dopo quasi un’ora di presentazione finalmente passò il microfono a MR. E lui: “Madame presidente, una lingua come la sua dovrebbe occuparsi di fellatio”. Intervistarlo era praticamente impossibile. Non rispondeva alle domande. Anche se era in diretta televisiva. Così, imbarazzato, il giornalista era costretto a chiedergli: “Ma allora di che cosa vuole parlare?”. “Parliamo di lei”, diceva lui. E quello: “Ok mi faccia una domanda”. E Richler: “Ma queste domande che legge su quel foglietto sono sue o qualcuno gliele ha scritte?”.
A una presentazione di un suo libro, in California, un lettore gli disse: “I suoi romanzi mi piacciono, ma mi spieghi perché lei è così antisemita”. Richler non disse una parola. Silenzio assoluto. Colpi di tosse. Imbarazzo. Passarono due o tre minuti. Ancora silenzio. Il lettore allora gli chiese: “Perché non risponde?”. Richler ancora muto. Il console canadese e gli organizzatori della serata non sapevano che cosa fare. Un altro minuto di silenzio. Poi MR disse: “Sinceramente, non credo meriti una risposta”. Un’altra volta fu chiamato a tenere un corso di scrittura creativa all’Università. Entrò in aula e disse: “Dovreste abbandonare questo corso. Nessun corso ha mai aiutato uno scrittore a scrivere bene”. La lezione durò letteralmente cinque minuti, poi MR si mise a sedere, s’accese un sigaro e si bevve lo scotch. Richler non era un chiacchierone neanche in casa. Con Florence si capiva al volo. Quando suo figlio Daniel tentò di convincerlo della bontà del matrimonio gay, MR lo fece sfogare e poi con tono da patriarca gli disse: “Non mi convincerai mai”.
Gli amici hanno passato la vita a spiegare a chi lo giudicava da questi atteggiamenti burberi che in realtà MR non era cattivo. Era solo timido, geloso della sua privacy e incapace di fingere di fronte all’ipocrisia e a quelle che lui chiamava “assurdità della vita”. Per esempio non sopportava l’intellettuale impegnato. Eppure ne era circondato: “Ma perché gli scrittori dovrebbero cambiare la società? Se uno vuole cambiare la società entra in politica, no? Provo compassione per quei romanzieri che pensano di poter realizzare dei cambiamenti politici. La verità è che le arti non sono così importanti”.
MR in sintesi era “l’ultimo uomo sincero” del titolo della biografia orale di Posner. Tutti fanno risalire il suo carattere difficile all’infanzia, al rapporto con i genitori e al loro prematuro divorzio. La mamma di Mordecai era la figlia di un intellettuale ebreo, un rabbino noto per i suoi importanti studi sulla Torah. Il padre invece aveva un’origine molto più modesta, ma infine benestante. I genitori non si sopportavano, erano troppo diversi. Quando si lasciarono, Mordecai rimase con la madre e il fratello Avrum. Ma col passare degli anni riconquistò il rapporto col padre, come si intuisce anche dalla Versione di Barney. E si scontrò ferocemente con la madre. La accusava apertamente di aver distrutto la vita di suo padre. Lei non voleva più sentir parlare di quel “bastardo”. Lui idem. Si scrissero letteracce. Lei aveva un carattere ancora più ostico del suo, al punto che Avrum la paragona alla terribile mamma del boss Tony nella serie televisiva dei Soprano. Non si sono più parlati per vent’anni, Mordecai e sua madre. Al funerale, Mordecai non ci andò. Anche col fratello i rapporti si sono interrotti. I due si sono rivisti solo poco prima che Mordecai morisse.
MR è morto martedì 3 luglio 2001 in una stanza del Montreal General Hospital. La causa del decesso è stata un’emorraggia interna successiva a un’operazione al fegato eseguita male. MR era da tempo ammalato di cancro, ma nessuno si aspettava che se ne andasse così presto. Pochi giorni prima aveva comprato un berretto per coprire gli effetti della chemio sui suoi capelli e in un negozio di Toronto aveva acquistato tutto il polveroso stock di nastri da macchina per scrivere, temeva che potessero finire. Rassicurata dai medici, quella notte Florence era tornata a casa. Così anche suo figlio Noah. Alle cinque del mattino di martedì 3 luglio gli infermieri lo hanno trovato steso per terra, davanti al letto, con i tubi staccati. Nessuno si era accorto che stava male. Nei giorni successivi si sparse la voce che Richler fosse morto per negligenza dei medici e del personale dell’ospedale. Florence incaricò Noah di indagare. Noah, come il figlio tassonomico di Barney, scrisse un lungo rapporto sulla morte di suo padre. Sì, c’era stata negligenza.
    Christian Rocca