CAMILLO


Pierluigi Battista, Panorama, su Esportare l'America

Panorama, 28 novembre 2003

di Pierluigi Battista, Panorama
Molto spesso (troppo spesso) i commentatori europei descrivono la politica estera di Bush come il frutto dell'influenza che una conventicola di folli, un clan di fanatici, un club di intellettualisuper-ideologizzati che vengono dalla sinistra e hanno portato nelladestra americana la febbre del dottrinarismo intransigente, in questocaso del fondamentalismo democratico. Si tratta dei cosiddetti ideologi«neocon» (neoconservative) che, a detta dei critici, all'indomanidell'11 settembre, hanno fatto deragliare la locomotiva americana daibinari tradizionali del realismo politico, della gestione saggia edequilibrata della politica estera, del rifiuto dell'interventismomilitare che oggi, con la dottrina Bush, viene esaltato e sublimatonella teoria della «guerra preventiva».A rimuovere questa rappresentazione, condizionata dal pregiudizio, puòcontribuire la lettura di un libro di Christian Rocca (edizioni delFoglio) che si intitola Esportare l'America e che ha per oggetto «larivoluzione democratica dei neo-conservatori». Il libro di Rocca, cheper conto del Foglio ha seguito questa nuova tendenza della culturaamericana già da anni, permette di conoscere le tesi, i nomi, igiornali, le riviste, le fondazioni, le letture, i padri nobili, leascendenze ideologiche del gruppo dei «neocon». Permette anche dicomprendere come l'elaborazione «neocon» non sia una rottura radicalecon la tradizione americana, perché la storia americana è stata dasempre il teatro di un conflitto ideale tra due concezioni tra loroantitetiche: quella del «destino manifesto» che assegna all'America unruolo attivo, interventista, democratico in tutto il mondo e l'altra,opposta, più isolazionista, meno disposta a combattere oltreconfine, piùattenta a consolidare il tesoro dei valori americani non fuori, madentro i confini della patria.Un conflitto tra «realismo» e «idealismo» che risale, spiega Rocca, alleorigini stesse dell'America che si è voluta indipendente. Da una parte,dalla parte degli «idealisti», ci sono «gli hamiltoniani, da AlexanderHamilton» che credono «nell'apertura dei mercati e nella forza dellerelazioni internazionali», oppure «i wilsoniani, da Woodrow Wilson cheritengono che gli Stati Uniti abbiano un dovere morale e un interessenazionale nel diffondere i valori democratici e liberali americani nelmondo». Dall'altra, dalla parte dei «realisti», ci sono invece «ijeffersoniani, Thomas Jefferson, che sostengono che la politica esteraamericana debba occuparsi meno di diffondere i valori democratici ingiro per il mondo e più di salvaguardarli in patria» e «i jacksoniani,da Andrew Jackson» i quali «sostengono che l'obiettivo principale dellapolitica estera di Washington debba essere la sicurezza e il benesseredel popolo americano».Questi due fiumi della cultura e della autorappresentazione americanaaffiorano più o meno periodicamente nella politica di Washington. Oggi èil momento degli «idealisti»: perché estrometterli dalla tradizionedell'America?