CAMILLO


Scivoloni a sinistra sulla democrazia
di Martino Cervo
Libero, 25 maggio 2006
di martino cervo
C’era una volta una sinistra che, senza farsi troppe remore sull’ingerenza, si entusiasmava per la caduta dei dittatori, annusava i garofani portoghesi, si batteva per la stabilità democratica nei Balcani. Oggi, in Italia, di questa sinistra si fatica a trovare le tracce.
La sferzata (da sinistra, come si premura di ricordare l’autore) arriva da Christian Rocca, penna di punta del Foglio, al suo terzo libro. Dopo “Esportare l’America” e “Contro l’Onu”, arriva in libreria “Cambiare regime”, che senza perdere il tono secco e polemico, concede più spazio all’analisi degli scenari di politica estera in cui si muovono gli stati occidentali. “Cambiare regime”, accurata fotografia del dopo 11 settembre, parte da un assunto banale finché si vuole ma comunque sottovalutato: promuovere la democrazia nel mondo è la migliore assicurazione sulla vita e sulla sicurezza che l’Occidente possa sottoscrivere. I regimi democratici non si fanno la guerra, non minacciano i vicini, sono tendenzialmente più ricchi rispetto alle dittature. Ma la promozione della democrazia richiede un mix di hard e soft power la cui definizione strategica dovrebbe - questa è la tesi - essere il compito principale di una sinistra moderna e liberale.
È un fatto che la rivoluzione imposta da Bush dopo l’11 settembre con gli interventi in Afghanistan e Iraq, ma soprattutto con una strategia di lungo periodo impegnata a ribaltare lo status quo nelle zone dittatoriali, ha messo a nudo tra i progressisti una vena che qualche anno fa, a ruoli invertiti, poteva essere tacciata di «oggettivo» filo-totalitarismo.

Questa contraddizione, in cui Rocca vede un tradimento della natura stessa di una politica di sinistra liberale, è al centro del libro. Il conservatore Bush, tra errori e tragedie, ha preso le decisioni giuste. Pur di non ammetterlo, una frazione (minima) della estrema sinistra Usa e una fetta (decisamente più consistente) di quella europea si sono saldate su posizioni difficilmente giustificabili di conservazione dell’esistente, ammantato di una realpolitik tipico retaggio storico della destra.
Sulla scorta di un imponente armamentario di citazioni provenienti dall’universo progressista anglosassone, Rocca smonta le obiezioni alla strategia dell’espansionismo democratico avviata da Bush e Blair. Mostrando, per esempio, come tale dottrina, per quanto rivoluzionaria nella sua realizzazione pratica, non sia affatto un’invenzione frutto dell’ideologia neocon (quella che, secondo la vulgata, avrebbe «dirottato la politica estera americana»), quanto piuttosto un compimento naturale del wilsonismo e dell’eredità interventista fatta propria dai grandi presidenti democratici, da Roosevelt a Kennedy, e in seguito dal repubblicano Reagan. Se fino all’11 settembre l’espansione della democrazia poteva essere considerata un lusso accessorio alla difesa degli interessi americani, il fumo delle Torri Gemelle ha diradato ogni dubbio sul fatto che realismo e idealismo siano strettamente legati.
Dall’altra sponda dell’Atlantico, Rocca chiama a testimoniare, in un processo alle intenzioni alla sinistra di governo presente e ventura, gli alfieri del progressismo liberale spesso zittiti dalla tradizione socialdemocratica e comunista del nostro Paese. Per un Carlo Rosselli che, alla fine degli anni ’20, criticava il non interventismo, il pacifismo ideologico, e teorizzava - letteralmente - la guerra preventiva; per un Orwell che, restando ostinatamente nel campo della sinistra ne metteva a nudo gli scivoloni filocomunisti, ci sono stati i Togliatti esecutori degli ordini di Mosca e i Nenni (tra l’altro, premio Stalin per la pace) che paragonavano l’America di Truman alla Germania di Hitler. Per arrivare poi alla infinita serie di prese di posizione della attuale sinistra sull’Iraq. Quelle, per dirne una, che portano Pietro Folena (ex Ds ora Prc) a chiedere l’espulsione di Tony Blair dall’Internazionale socialista perché asservito alle politiche di Bush. Un mix di tentennamenti, svolte e svarioni ideologici, che va dalle aperture di D’Alema (lo stesso del Kosovo) «affascinato» dai neocon e di Fassino che loda i «resistenti iracheni andati a votare» mentre nello stesso corteo si grida lo slogan «Dieci cento mille Nassirya». Senza dire del noto armamentario para-intellettuale, no global, anti-americano, anti-israeliano nel quale Rocca ha buon gioco a sguazzare.

Questa preclusione ideologica, che getta ombre sul rapporto tra sinistra e dittatori, ha un effetto sorprendente: l’incredibile silenzio in cui è passato e passa il «pilastro pacifico» della politica varata dall’alleanza anglo-americana. Al G8 di Savannah (Georgia, 2004) America e Gran Bretagna sono stati i principali promotori di un progetto di sviluppo e pressione politica sui regimi dittatoriali, sul modello degli accordi di Helsinki, che nel 1975 contribuirono alla disgregazione dell’Urss vincolando il rispetto dei diritti umani ad accordi economici. La sinistra europea, Blair a parte, non si è scaldata per il tema. Gli Usa da soli spendono ogni anno dieci miliardi di dollari in aiuti ai Paesi stranieri, soprattutto arabi. Finanziano sindacati (modello Solidarnosc), radio, tv, centri di ricerca, associazioni liberali, think tank, allo scopo di favorire un cambio di regime dal basso. I risultati? Al generale pessimismo che potrebbe suggerire uno sguardo alla situazione irachena, Rocca contrappone una serie di dati sulla progressiva diminuzione di guerre e regimi totalitari nel mondo. Elencando poi gli ultimi 43 dittatori al potere (da Putin a Mugabe, da Jiang Zemin ad Ahmadinejad) che sono lì, quasi come un banco di prova per una “politica di sinistra” che la sinistra ha la tentazione di abbandonare.
Christian Rocca
Cambiare regime
Einaudi, 254 pagg.,
14,50 Euro