CAMILLO


Marco Respinti,
Il Domenicale, su Esportare l'America

Il Dominicale, 29 novembre 2003

di Marco Respinti
Il Domenicale, 29 novembre

Il quotidiano il Foglio, diretto da Giuliano Ferrara, ha il merito storico di aver reso popolare anche in Italia il termine "neoconservatore" così come la sua versione sincopata, neocon, americana doc, di per sé originariamente coniata per dileggio dagli avversari di destra del movimento. E il Foglio ha pure il merito di aver introdotto nel giornalismo italiano il vezzo di non tradurre affatto il termine inglese neoconservative. Assomiglia al vezzo del sottoscritto di resistere, come può, alla traduzione italiana dell'inglese libertarian ­ che identifica un altro importante (e diverso) spezzone della Destra statunitense ­, vezzo a cui ha obiettato il peraltro pregevole Alberto Pasolini Zanelli. Ma solo di vezzi si tratta?
Gli è che libertarian da un lato e neoconservative dall'altro indicano realtà culturali (dalle fortissime ricadute politiche) che non è semplice tradurre trasferendo senza tradire e non solo nella lingua, ma soprattutto nel contesto culturale e politico italiano. Lo si può fare a un di presso e spesso questo, giornalisticamente, basta. Ma, volendo penetrare davvero il proprium e l'ethos di quei fenomeni, la traduzione svia.
Si rischia certo di passare per snob, eppure, a certe condizioni, vale la pena di farlo. Dire neoconservative significa dire anche, e non tradurre, conservative. Il che suggerisce l'irriducibilità dei fenomeni indicati da quei termini ­ diversi ­ ad altri nostrani, considerati, ma spesso a torto, simili.
Da noi "conservatorismo" è adoperato in senso generico e pressappochista, per tacere del suo uso a indicare vuoi l'"antico regime" democristiano della cosiddetta "Prima Repubblica" italiana, vuoi gli hard-liner del comunismo sovietico.
Negli Stati Uniti ha invece un significato preciso, deciso e pressoché tecnico: starei per dire dottrinale (non dottrinario), se l'espressione non risultasse istintivamente antipatica al mondo nordamericano. Nulla a che vedere, insomma, con Giuseppe Prezzolini o con Indro Montanelli.
Neoconservative sceglie quindi di scrivere anche Christian Rocca ­ 35enne di Alcamo, frequentatore del mondo neocon USA e uomo di punta del quotidiano di Ferrara su codesto versante ­, autore del libro Esportare l'America. La rivoluzione democratica dei neoconservatori, pubblicato come uno de "I libri del Foglio" (tel.06/58909050) e acquistabile in edicola con il quotidiano dal 19 novembre.
Sceglie anche Rocca di non tradurre giacché è convinto, e lo scrive, che i neocon non siano riducibili alle categorie tradizionali di Destra e di Sinistra a cui è invece avvezzo soprattutto il giornalismo. Anzi, che, nonostante l'appeal conservatore, i neocon non siano per nulla una ennesima sottospecie della Destra USA, costituendo addirittura una grande novità all'interno del Partito Repubblicano, almeno dal 1964 (da Barry M. Goldwater) identificato grosso modo con la Destra politica.
Non ha tutti i torti, Rocca. Le ascendenze culturali dei neocon, l'impostazione teoretica che in molti di loro persiste anche dopo il cambio di fronte e il dirsi, da parte di alcuni, elettori del Partito Democratico rende significativamente ragione di questa irriducibilità. Ma c'è anche di più. I neocon di oggi, quelli di cui si parla più o meno accortamente anche sui media italiani almeno a partire dall'Undici Settembre, non sono più solo i neoconservatori "storici", quelli, per intendersi, che hanno cominciato a far parlare di sé nella seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso e che, provenienti dall'intellighenzia ebraica liberal di New York e dal mondo del trotzkysmo USA, scoprirono (come ha detto il "padrino" Irving Kristol, il primo a rivendicare con orgoglio l'etichetta neoconservatrice) che "un neocoservatore è un liberal che è stato assalito dalla realtà".
Oggi ci sono i loro figli (e non solo in senso metaforico), c'è una intera nuova generazione che non è mai stata né liberal, né trotzkysta, e che, più che essere stata assalita da quella realtà che al tempo sputò in faccia ai padri il livore e l'aberrazione della controcultura di sinistra spingendoli più a destra, è nata ed è stata allevata in una diversa realtà. I neocon di oggi, insomma, sono nati neocon; e ciò significa pure che non si deve per forza essere stati prima di sinistra per essere oggi neoconservatori. Un po' come quando, nell'anno 48, al Concilio di Gerusalemme, dando seguito al dibattito fra la linea pietrina e la linea paolina, il cristianesimo affermò la propria identità rispetto alle radici ebraiche.
Un tempo chi sognava di cambiare il mondo in nome della democrazia era di sinistra, mentre chi era di destra (negli USA è stato proprio così) si arroccava nel più rigido isolazionismo. Oggigiorno ­ è un po' questa la ratio del libro di Rocca ­ non accade più. Gl'idealisti, ancorché portatori di un idealismo realista, non sono di sinistra. Ma, non essendolo neppure mai stati, costituiscono un novum sia nell'orizzonte dei consueti schieramenti Destra/Sinistra sia in quello stesso mondo che in USA si chiama neoconservative.
Benvenga la non traduzione, allora, giacché i neo-neocon, solo in parte figli dei propri padri, non sono riducibili ad alcuna etichetta preconfezionata.
Sorge allora legittima una domanda. Sono davvero neoconservatori i neo-neocon? Ovvero: è possibile interpretare il loro movimento di pensiero e di opinione ­ anche la loro forza d'urto ­ con le medesime categorie con cui si è descritto fino a oggi (e negli USA in maniera davvero scientifica) il neoconservatorismo "storico", ignorando il "Concilio di Gerusalemme" avvenuto in quel mondo, certo per ragioni generazionali, ma anche per mutamento radicale dello scenario di fondo?
Il ruolo decisivo che i neo-neocon svolgono accanto all'Amministrazione Bush jr. (influenzandola, non sovrapponendovisi tout court), soprattutto in politica estera (il tratto caratterizzante la mentalità neocon e il segno più distintivo dei neo-neocon), è solo un bis dei grandi successi ottenuti nella loro prima, storica, primavera durante l'era Reagan? Oppure i neo-neocon sono anche il frutto di ciò che è cambiato con l'Undici Settembre? Se così fosse, per capirli (che non significa giustificarne le decisioni e le azioni in modo automatico e preventivo) occorrerebbe tornare a studiare daccapo, a fondo e in dettaglio la storia di Roma antica, senatus populusque romanum e impero.