CAMILLO


Davide Frattini, Il Corriere della Sera, su Esportare l'America

Il Corriere della Sera, 3 dicembre 2003

di Davide Frattini,
Il Corriere della Sera
Tra le citazioni che aprono i capitoli del libro, c'è una canzone di Neil Young: «Se ci odiate, non avete idea di quello che state dicendo» (Hawks e Doves, 1980). Ma avrebbe potuto essere «Se ci odiate, non avete idea di quello che dicendo». Perché Esportare l'America spiega proprio questo: quello che i neoconservatori, influenti negli Stati Uniti mal sopportati in Europa, stanno dicendo. Non da prima della guerra all'Iraq, non da prima dell'11 settembre, ma da cinquant'anni, dalle origini trotskiste di alcuni di loro, dai tempi degli studi su Leo Strauss, dall'epoca della rottura con il partito democratico durante la guerra in Vietnam. Di saggio in saggio, di sfida in sfida, di padre in figlio: dal capostipite Irving Kristol a William (Kristol) direttore del settimanale Weekly Standard, da Norman Podhoretz, animatore di Commentary, a John (Podhoretz), ex capo delle pagine editoriali del Wall Street Journal e ora opinionista del New York Post. Christian Rocca, giornalista del Foglio, ricostruisce questo albero genealogico intellettuale per rintracciare le idee e gli elementi neoconservatori che alimentano e indirizzano la politica estera americana. E per capire come un gruppo di studiosi e opinionisti cresciuti nella culla della sinistra a Manhattan sia arrivato a influenzare la nuova dottrina della Casa Bianca.
Ancora avvolto dal fumo delle macerie delle Torri Gemelle e dalla nebbia strategica dell'amministrazione, George W. Bush si guardò intorno per trovare un piano che rispondesse alla minaccia del terrorismo. Uomini del Pentagono come Richard Perle, Douglas Feith e Paul Wolfowitz, editorialisti come Charles Krauthammer e Robert Kagan del Washington Post, Lawrence Kaplan di New Republic - racconta il britannico Andrew Sullivan, un altro neocon - sembravano quelli con il disegno complessivo più lucido. Fino ad allora non erano stati vicini al presidente e in passato avevano criticato le scelte di suo padre, ma George W. decise di affidarsi a loro.
E' così che una squadra di circa venti persone diventa una lobby, potente non perché ha imposto il proprio credo a tutti gli altri, ma perché la Casa Bianca li ascolta e perché, ha riconosciuto John Podhoretz, «Bush è arrivato a queste idee da solo, non ha avuto bisogno dei libri e delle riviste che abbiamo pubblicato».
Come spiega Rocca, non esiste un manifesto dei neoconservative, non c'è un'associazione, un partito, una tessera da mettere in tasca, un giornale da leggere e diffondere. «Il neoconservatorismo - commenta James Q. Wilson - è uno stato d'animo, non un'ideologia». Un'indole che - sostiene l'autore - sarebbe meglio chiamare «neoradicale»: «I teorici delle azioni preventive e dell'esportazione della libertà in Medio Oriente vogliono cambiare il mondo e pensano sia possibile farlo». Le loro armi sono anche la democrazia e la libertà. «Armi di protezione di massa» per tutto l'Occidente.
Davide Frattini