CAMILLO


Paolo Mieli su Esportare l'America

IL FOGLIO, 19 novembre 2003

Roma. "Ha la fortuna di uscire in controtempo. Il che lo rende ancora più prelibato di quel che è", dice Paolo Mieli che ha già letto il libro di Christian Rocca: "Esportare l'America - La rivoluzione democratica dei neoconservatori", in edicola da oggi con il Foglio. "Esce in un momento in cui, anche a seguito della strage di Nassiriya, tutti coloro che non l'avevano già fatto, favorevoli o contrari all'intervento angloamericano in Iraq, si fermano a riflettere e fanno autocritica". Oltre la genesi e l'evolversi della dottrina Bush che dopo l'11 settembre ha cambiato la politica estera americana, "Esportare l'America" descrive lo stato dell'opinione pubblica occidentale, le sue inerzie e i suoi riflessi condizionati. Lo trova convincente, Mieli?
"Il libro è un'attenta indagine sul perché molte persone di sinistra si siano messe a dialogare coi neocon americani. Rocca è un radicale di formazione, non solo per i riferimenti che fa agli stessi radicali, da Marco Pannella a Daniele Capezzone passando per Emma Bonino, ma perché concepisce la guerra al terrorismo islamico come una tappa della guerra ai totalitarismi del Novecento. Ora, solo chi ha chiuso i conti col Novecento, pensando che ci fosse un nesso di continuità tra la guerra al nazifascismo e la guerra al comunismo è portato a vedere una terza tappa di questa guerra nella guerra al terrorismo e ai paesi islamici più radicali che lo proteggono, e che sono regimi totalitari aggressivi e guerrafondai come lo erano i precedenti regimi nazisti e comunisti".
A parte l'ascendenza libertaria e anticomunista del radicale non le sembra un po' troppo severo con l'intellighenzia di sinistra? "Rocca, ed è la parte più inedita del suo libro, fa riferimento a Paul Berman, Christopher Hitchens, Václav Havel, Bernard Kouchner, André Glucksmann, Bernard-Henry Lévy, Thomas Friedman, Michael Ignatieff, Michael Walzer, Adam Michnik e a un'infinità di altri pensatori che si pongono questo problema. Noto per inciso che purtroppo mancano da quest'elenco gli italiani, anche se a parer mio uno andrebbe quantomeno inserito, ed è Adriano Sofri. Lasciamo perdere la guerra classica, militare: in fondo anche il comunismo venne combattuto con guerre periferiche, non con un conflitto mondiale come il nazismo. Forse oggi possiamo ipotizzare che la guerra contro la terza forma di totalitarismo possa essere combattuta senza interventi militari. Ma il fronte degli intellettuali che interloquiscono con i neocon è diviso. Fra parentesi, gli stessi radicali italiani, pur avendo un forte rapporto coi neocon americani, erano per l'esilio di Saddam e per una gestione Onu dell'Iraq post-Saddam. Ma anche chi non era favorevole all'intervento militare deve porsi il problema di cosa fare per restituire alla democrazia questi paesi del Terzo mondo e in particolare i paesi islamici. Cosa fare di concreto non per provocare un miracolo dall'oggi al domani, ma qualcosa di misurabile che, passo dopo passo, aiuti queste autocrazie dispotiche a diventare paesi più liberi, dove, secondo usi e costumi autoctoni, si possa leggere e scrivere liberamente, avere una vita sessuale come meglio si crede, votare per chi ti rappresenta e godere delle elementari garanzie di uno Stato di diritto. Molte cose si possono fare. Non c'è solo l'alternativa militare. Si possono condizionare i finanziamenti esteri ai progressi compiuti da questi paesi nel senso indicato. Si possono sommergere di materiale informativo, di trasmissioni radiotelevisive che diano voce ai dissidenti, di sceneggiati in cui si fanno conoscere i diversi modi di vita. Qui sta lo scontro tra una sinistra più conservatrice e una sinistra che interloquisce con i neoconservative americani, apprezzandone l'origine comune, visto che molti tra loro vengono dalla sinistra, e avvertendo l'impegno a esportare seppur pacificamente la democrazia nel resto del mondo".
Perché non ci abbiamo pensato prima? "Rassegnarsi al relativismo etico ci ha portato per anni a considerare di serie B, C o Z questi paesi che per loro indole sono stati costretti a vivere sotto una dittatura e in cui era soppressa ogni libertà, restando indifferenti alle guerre che si fanno tra loro, ammazzandosi a centinaia di migliaia se non a milioni. All'inizio del Terzo millennio questo atteggiamento deve diventare per tutti insopportabile, non foss'altro perché abbiamo capito che si tratta di un virus esportabile e che può colpire anche da noi. Il nostro imperativo oggi è di far vivere il mondo intero in condizioni, sia pure elementari, di libertà simili alle nostre. Se la maggioranza delle donne afghane vuole portare il burka, benissimo, ma bisogna salvaguardare i diritti di quelle poche che non vogliono portarlo. Se le donne islamiche non vogliono andare a scuola e preferiscono obbedire alla legge atavica dell'inferiorità, benissimo, ma se vogliono studiare devono poterlo fare; se una nigeriana ha commesso adulterio, non dev'essere lapidata. Non si tratta di applicare a questi paesi il modello Westminster, ma di aiutarli a darsi le condizioni per vivere liberamente".
Ma per farlo bisogna rinunciare al relativismo, accettare il primato occidentale, condannare il nihilismo di Nadia Lioce che vede nei terroristi islamici i resistenti antimperialisti. "L'handicap della sinistra è dato dal proprio conservatorismo. Basta fare una chiacchierata pacata e civile con qualsiasi persona di sinistra, perché convenga con quanto ho detto. Poi certo esistono obblighi forse inconsapevoli come l'antiamericanismo e l'avversione totale nei confronti dello Stato di Israele, che a dispetto di quel che si dice nasconde un irrisolto problema con l'antisemitismo. Un conto è criticare un atto del governo Sharon, o del governo Barak, un conto è dare sempre ragione, per 55 anni di seguito, da quando cioè esiste lo Stato di Israele, ad arabi e palestinesi. E' evidente che non si tratta di una critica al governo, ma di avversione pregiudiziale all'esistenza stessa di Israele. Non aver fatto i conti col retaggio del passato, significa non capire le conseguenze".
Marina Valensise