CAMILLO


Joshua Muravchik su Esportare l'America

IL FOGLIO, 26 novembre 2003

Uozzamerica? Si chiede Christian Rocca nel corsivo che chiude il suo "Esportare l'America". E risponde: "Non è un luogo né un continente. E' la normalità, l'insostituibile libertà di essere normali. [] Sono ancora in molti a non avere l'America. Ma c'è tanta gente in coda, perché prima o poi tutti [] vogliono assaggiare l'America". Suona un po' come l'americanizzazione del mondo. Che ne dice Joshua Muravchik, specialista di politica estera statunitense, resident scholar all'American Enterprise Institute di Washington, adjunct scholar al Washington Institute per le politiche del Vicino Oriente e consigliere editoriale di World Affairs e del Journal of Democracy? "Non sono d'accordo. Gli Stati Uniti sono stati la prima democrazia moderna e quindi un grande modello a livello mondiale. Ma, nonostante la democrazia moderna possa essere in qualche modo considerata un'innovazione americana, le sue radici risalgono la parlamentarismo britannico e addirittura a Roma e alla Grecia classiche. La democrazia non può essere vista esclusivamente come un'idea statunitense. Certo, la forma di governo esistente negli Stati Uniti (il federalismo, il sistema presidenziale, l'esistenza di una Corte suprema dalle prerogative particolari e così via) è peculiare alla situazione americana. Le democrazie, che so italiana, britannica, giapponese o isrealiana, presentano forme decisamente diverse da quelle americane e sarebbe sciocco considerare astrattamente una democrazia migliore delle altre. E' quindi il principo della democrazia che va esportato, non le particolarità delle istituzioni democratiche americane o la stessa cultura americana nel suo insieme. E certamente gli americani non hanno alcuna necessità di difendere se stessi esportando l'americanismo. Io stesso, nel 1991, ho pubblicato un libro dal titolo esplicito, 'Exporting Democracy: Fulfilling America's Destiny'. In esso sostenevo un'idea forte oggi sposata anche dal presidente Bush: la democrazia ha il potere di influenzare per il meglio il comportamento degli Stati nello scenario internazionale. L'attuale deriva terroristica mediorientale deve moltissimo al clima politico di una regione che si regge sulla tirannia".
Si dice però che di fatto gli Stati Uniti siano già un impero, solo che non vogliono ammetterlo. "Definire gli Usa un impero è un gioco di parole senza senso a meno di non specificare le somiglianze che l'America presenterebbe con gli imperi storici del passato, quello romano e quello britannico. Gl'imperi, del resto, si configurano come l'estensione del governo di un paese ai territori da questo conquistati. Ma questo gli Stati Uniti non lo fanno. Non governano territori conquistati militarmente. Certo, è innegabile che gli Usa godano oggi, a livello planetario, di un'influenza senza precedenti, così come di un potenziale militare senza pari. Sono convinto che ciò non possa che operare per il bene, ma mi rendo conto che può essere frainteso. Nascono qui le forti voci che vorrebbero subordinare gli Stati Uniti alle Nazioni Unite e le interminabili campagne francesi contro la nostra egemonia. Sarebbe però assai più salutare, anzi essenziale che gli Usa s'impegnassero a discutere col mondo, specialmente con i loro amici più antichi e prossimi ­ i paesi della Nato, per esempio ­, circa l'uso della propria potenza. Ma le accuse di imperialismo non fanno che ostacolare il confronto".
Muravchik viene spesso descritto come un falco, quasi la quintessenza del pensiero aggressivo neocon in politica estera. Punta il dito su un passo del libro di Rocca, là dove viene citato il neoconservatore Max Boot ­ senior fellow per i National Security Studies del Council on Foreign Relations ­ secondo il quale il pericolo maggiore che gli Usa corrono oggi non è tanto l'estremismo islamista in sé, quanto la ritrosia proprio a sentirsi impero. E questo ne ridurrebbe l'efficacia negli scenari più caldi. "Nei discorsi pronunciati al National Endowment for Democracy il 6 novembre e alla Whitehall il 19 ­ replica Muravchik ­, il presidente Bush si è mostrato assolutamente determinato nel ribadire l'impegno statunitense alla promozione della democrazia in Medio Oriente. Nel farlo Bush ha peraltro criticato senza mezzi termini almeno 60 anni di politica estera americana (inclusa quella del padre) durante i quali si sono tollerate le tirannie della regione. In entrambe le occasioni ha detto apertamente che non solo gli Stati antipatizzanti (leggi la Siria) ma anche i paesi amici (l'Egitto e l'Arabia Saudita) debbono cambiare".
E' appunto questo ciò che molti definiscono "imperialismo" "Bush sta semplicemente facendo sul serio, ma questo non significa voler costruire un impero. Le velleità imperialistiche degli americani sono assolutamente pari a zero. Ciò che invece gli Usa hanno è uno spirito missionario. L'obiettivo di democratizzare il Medio Oriente, quindi, ci è molto più consono che non quello di conquistarlo. Conquistarlo sarebbe ovviamente molto più semplice. Ma non è così che agiscono gli Stati Uniti".
Marco Respinti