CAMILLO


Perché la sinistra ha dimenticato le idee di sinistra
IL FOGLIO, 6 giugno 2006
intervento di Paul Berman

Grazie per avermi invitato a partecipare a questo incontro. Mi sembra che il libro di Christian Rocca (“Cambiare regime”, Einaudi, 254 pagine, 14,50 euro, ndr) racconti il dibattito americano e del mondo anglosassone meglio di come è stato fatto da chiunque altro in inglese finora. Nei mesi e negli anni, in un modo o nell’altro, leggendo alcuni articoli sul Foglio, sono stato in grado di capire che cosa stava succedendo davvero nel dibattito in corso negli Stati Uniti. Spero che i lettori italiani di Rocca possano apprezzare il suo lavoro, che ha la qualità di comprendere con grande abilità e in modo sofisticato i dibattiti spesso oscuri che si tengono negli Stati Uniti.
La questione più pressante di cui parla nel suo libro, sulla crisi della sinistra, mi sembra uno degli argomenti più importanti nel mondo oggi: siamo davvero in una brutta situazione? Tutti sanno che le guerre in Afghanistan e in Iraq stanno andando abbastanza male. Al momento, in Afghanistan la situazione militare è peggiorata e in Iraq è molto grave. Sarebbe necessario sedersi e chiedersi che cosa stia davvero succedendo in questi luoghi. Rocca ha ben identificato il tipo di battaglia che stiamo portando avanti: una lotta contro il totalitarismo, contro una nuova forma di fascismo, presente in questi due paesi. L’islamismo radicale dei talebani è ancora forte in alcuni distretti meridionali dell’Afghanistan. Pensiamo che questo movimento risalga addirittura al medioevo, che sia radicato nella storia dell’islam, che non abbia nulla a che vedere con noi ma, se leggiamo la letteratura e la filosofia islamiche, ci rendiamo conto che le loro idee provengono per molti aspetti dall’Europa: le loro idee sono europee.
Ci viene detto che questa guerra in Iraq non ha nulla a che fare con noi in occidente; ma se leggiamo la dottrina del partito Baath, possiamo notare che anche questa deriva direttamente dalle dottrine dell’estrema destra e del fascismo europei. Uno dei passaggi del libro di Rocca contiene una citazione di Saddam Hussein al processo di Baghdad. Saddam sembra un eroe dell’islam, un eroe della storia nazionale dell’Iraq, come potrebbe essere stato Benito Mussolini. E’ una scoperta importante, che colpisce in una situazione in cui in Afghanistan e in Iraq esistono partigiani della democrazia liberale, di idee che molti di noi, in questa stanza, condividono e che abbiamo sempre condiviso. Queste persone in Afghanistan e in Iraq, oggi, non stanno bene; non stanno ricevendo dal mondo la solidarietà di cui avrebbero bisogno; non stanno ricevendo il sostegno morale e politico, al di là di qualunque problema militare. Dobbiamo chiederci perché questo accade, perché queste persone non sono aiutate come dovrebbero. Credo che la causa parziale di questo appoggio inadeguato sia legata all’immagine non attrattiva di questo conflitto presentata da George W. Bush, che confonde ancora di più. George W. Bush riesce a non affascinare gran parte del mondo, in un certo senso, per cui quando il mondo guarda all’Iraq o all’Afghanistan vede soltanto la faccia di Bush e invece di chiedersi che cosa si potrebbe fare, che cosa stia succedendo, gran parte del mondo pensa soltanto a Bush e all’odio che ha per lui. E’ qualcosa che io, personalmente, posso apprezzare e condividere, o comunque comprendere. Questa parte del mondo è accecata, non ha più modo di vedere che cosa stia veramente accadendo in questi paesi. Giorno dopo giorno, leggiamo di massacri in questi due paesi. Se ci sono stragi in Iraq – dove i terroristi islamici hanno dichiarato una politica di massacro degli sciiti, a caso, senza alcuno schema, e ci sono centinaia di persone trucidate semplicemente perché sciite, parte di una particolare denominazione dell’islam – questi massacri diventano invisibili a causa dell’odio sollevato da Bush. Questo è esattamente quello che, nel linguaggio della sinistra, è definito “falsa consapevolezza”. C’è una crisi di valori a sinistra, una crisi di valori antica. Si potrebbe andare indietro nei secoli, fino alla rivoluzione dell’89. La rivoluzione del 1989 ha chiarito le idee a molti: la sinistra doveva essere democratica, militante per i valori della democrazia liberale, doveva mostrare solidarietà, aderenza alla democrazia in paesi in cui i popoli sono oppressi. A partire dal 1989 sembrava che questa concezione di sinistra e di solidarietà avrebbe dominato e che avremmo avuto una sinistra diversa.
Abbiamo visto, durante la guerra in Kosovo, qui in Italia, negli Stati Uniti, in tutta l’Europa occidentale e in quella che era l’Europa orientale, una mobilitazione da parte delle organizzazioni e dei partiti della sinistra democratica in favore di un intervento umanitario antitotalitarista e antifascista. Naturalmente questo intervento non ha avuto un successo del 100 per cento, ma almeno del 50. E’ stato magnifico . L’intervento in Kosovo ha portato infine alla democrazia, a una rivoluzione democratica in Serbia, che ha avuto un successo del 5 per cento, ma il 5 per cento era più che sufficiente. La rivoluzione in Serbia ha portato alle rivoluzioni in Ucraina e in Georgia: abbiamo visto i risultati che si sommavano gli uni agli altri.
Ma adesso, nell’epoca di George W. Bush, questo tipo di speranza sembra essere svanita, sembra che la sinistra abbia fatto un passo indietro nella crisi di valori. E se assistiamo a disastri in Iraq e in Afghanistan, se abbiamo visto situazioni difficili in Siria e in Libano e in altri paesi in cui per un certo periodo il movimento democratico sembrava fare progressi, avere più speranze di quante ne abbia oggi, se vediamo tutto questo, oggi dobbiamo chiederci: è dovuto allo stato dell’opinione della sinistra europea? Perché io vi chiedo – e questa è una domanda che tutti si devono porre – dov’è il capitale intellettuale del mondo musulmano? Non è al Cairo, perché in Egitto c’è una dittatura; non è in Iran; non si trova da nessuna parte nel mondo arabo.
Il centro intellettuale può essere soltanto qui, in Europa occidentale, a Roma, Parigi, Berlino, Madrid, Londra: questi sono i luoghi in cui il dibattito deve continuare, dove sta continuando in maniera inadeguata, dove una grande porzione della sinistra vuole avere un ruolo. Credo che il libro di Rocca sia un serio contributo alla discussione di questa crisi e vi chiedo di rispondere alle domande sollevate da questo libro e di discutere queste tematiche. Mi sembra che questo libro apra il più vasto dibattito del nostro tempo.
intervento di Christopher Hitchens

Grazie signore e signori per essere venuti. Cercherò di emulare la brevità dell’oratore che mi ha preceduto. Vorrei provare a calcolare con voi quanto a lungo abbiamo vissuto nella situazione di post Guerra fredda. Sicuramente ricorderete l’euforia straordinaria dell’autunno dell’89, quando milioni di persone e tante nazioni sono state liberate dalla sottomissione all’impero e soprattutto dalla cattività imposta dal dittatore psicopatico Ceaucescu. Ero in Ungheria, in Romania, in quelle zone: nessuno dimenticherà mai il dramma vissuto da queste popolazioni.
Da un punto di vista ideologico c’è stata una paralisi a seguito della Guerra fredda, una minaccia permanente, un cambiamento dovuto alla possibile estinzione dell’intera razza umana. Può essere considerato parte dell’evento liberatorio; non c’è stata soltanto un’emancipazione, ma anche un vero cambiamento politico-economico che ha avuto conseguenze. Consideriamo, per esempio, la crisi seguita in Africa, la lotta contro la povertà…
Gli Stati Uniti sono il mio paese d’adozione; lì, c’era un dividendo di pace su come sarebbe stato possibile improvvisamente reinvestire ciò che avevamo cercato di sprecare. Sono state giornate molto coraggiose, riassunte successivamente da persone e da formule. Anche se cerchiamo ancora una volta di capire parte della storia come concetto, ci sono coloro che pensano che da questo momento in poi alcune forme di liberalismo, d’economia, di democrazia politica siano state scelte possibili di cui valeva la pena parlare.
Allora, ritorniamo al calcolo. Ho dimenticato ancora, come dicevo all’inizio della mia presentazione, quanti giorni terribili sono stati necessari – circa 120 – prima che Saddam Hussein invadesse il Kuwait e Milosevic la Bosnia. Vorrei utilizzare un altro eufemismo, perché l’uno si è impadronito dell’intero territorio del Kuwait, l’altro ha cercato non soltanto di distruggere la Bosnia ma anche di sterminarne la popolazione, commettendo atrocità assurde, causando gravi problemi.
Vorrei parlarvi dell’ideologia fascista di pulizia etnica, della resistenza, sfide molto radicali per l’Europa. Ci siamo resi conto che la leadership di un solo uomo, basata su certi principi e ideologie, è qualcosa di tossico. Quindi, l’ironia che per esempio ha portato avanti l’Unione Sovietica sta nel fatto che non sono state prese in considerazione le conseguenze di queste cose terribili, di queste dittature; molte si sarebbero potute evitare. Ma nel frattempo, mentre accadeva tutto questo, c’era un evidente revival del jihadismo islamico e, quello che penso adesso – all’epoca non lo capivo molto chiaramente – è che nell’ambito dell’islam sia in atto una guerra civile. Ci sono molte guerre islamiche, ci sono diverse confessioni; sicuramente assistiamo al ritorno all’islam dei fondamentalisti talebani, al modello imposto dal jihad. In altre parole, a una dittatura di tipo medievale esportata in occidente. Tutti noi siamo coinvolti in questo, che lo vogliamo o no. Si tratta di una guerra civile nell’ambito di una guerra monoteista. Dunque, ricordate che cosa ha scritto Rushdie? Il 14 febbraio 1989 è stata messa una taglia sulla sua testa, dal leader di uno stato straniero che perseguiva un cittadino non del suo paese. Che cosa ne è stato dell’Illuminismo, della libertà di espressione? All’interno delle democrazie occidentali molte persone hanno pensato che Salman Rushdie si meritasse una cosa del genere per via dei suoi scritti provocatori, poi utilizzati per altri scopi.
Mi sembra che questo non possa comunque giustificare, come ho detto, un capo di stato che si metta a dare soldi per le strade di Londra per dare la caccia a un cittadino straniero. Questo significa che il terrorismo può essere sponsorizzato in nome di Dio. Tutti questi erano segnali, avvertimenti, ma non li abbiamo presi in considerazione. Nel frattempo al Qaida si rafforzava: in Asia, come avrete sentito, la demagogia della sinistra – potrei menzionare molti esponenti – e poi la questione palestinese… Credo che nulla possa essere più pericoloso di quest’illusione propagandistica all’origine di al Qaida, non soltanto in Palestina, non soltanto nel mondo arabo.
Vogliono distruggere la Repubblica delle Filippine, dichiarando l’indipendenza delle isole da parte dei musulmani. C’è il tentativo di distruggere la più grande democrazia multiculturale, quella indiana, cercando di eliminare il Kashmir: un progetto che potrebbe portare a una guerra civile in India, a una pulizia etnica, a massacri. Questo è il progetto delle forze di al Qaida. Bisogna valutare la poca attenzione che si dà all’India, la poca solidarietà alle istituzioni popolari: sapete, ci sono tantissimi musulmani in India. Non so se l’Unione europea o gli Stati Uniti si rendano effettivamente conto di questo, bisognerebbe rifletterci.
Adesso, considerati il fascismo, la pulizia etnica, la realizzazione di uno stato unito, la diffusione di un’ideologia ostile alla democrazia, tutto ciò che succede in medio oriente… non penso che il problema reale sia la guerra preventiva, non posso essere persuaso che sia stato un crimine o un fallimento. Al contrario, invece, credo che il crimine sia opposto. Si è tentato, in certi casi, di far finta che ci fosse una guerra e quindi una giustificazione o una scusa per cercare di prolungare quel giorno terribile in cui tutto sarebbe diventato inevitabile.
Dal punto di vista americano, per esempio, George Bush, durante la guerra in Kuwait del 1990, parlava di “qualcosa di illegittimo”, riferendo all’ambasciatore dell’impossibilità della pace negli Stati Uniti d’America se le frontiere non fossero state abbattute. James Baker ha successivamente annunciato, durante l’assedio di Sarajevo, con un’espressione molto volgare, che “we don’t have a dog in this fight”, non abbiamo un interesse in gioco, dunque era assolutamente indifferente il risultato di ciò che stava avvenendo in Bosnia e per la Bosnia. Abbiamo assistito a un provincialismo estremista durante la presidenza Clinton. In altre parole, questo periodo di crisi ha visto una tale passività che, credo, non possa essere nemmeno contemplata.
Mi accingo adesso alle conclusioni, per dire che gli Stati Uniti in questo caso sono stati costretti a prendere una posizione, mentre avrebbero potuto giustificare Saddam Hussein per il genocidio, per la guerra contro l’Iran. Successivamente, ancora una volta gli Stati Uniti non sono stati in grado di affrontare la situazione. Soprattutto bisogna dire che, per quanto riguarda l’Iran, in quel periodo le Nazioni Unite avevano stabilito sanzioni e quindi è stato raddoppiato il numero di truppe e successivamente si è capito che il genocidio sarebbe stato comunque portato avanti. Sappiamo bene quale stato membro, quale Consiglio di sicurezza avrebbe avuto il mandato per poter fornire certe forze sul terreno. Dunque, ancora una volta, che cos’è successo?
Gli Stati Uniti si sono resi conto che bisognava fare assolutamente qualcosa. Ci sono state opportunità mancate. Winston Churchill ha detto degli americani che hanno sempre fatto la cosa giusta e ritengo che ciò sia molto ben illustrato dalla storia recente. Comunque mi piace pensare, e lo spero, che ci sia qualcosa nella natura e nella Costituzione degli Stati Uniti che è incompatibile con l’esistenza e l’espansione di regimi totalitari e delle loro ideologie. La coesistenza con tale fenomeno è impossibile, e spero che ciò verrà detto: che sarà impossibile coesistere con queste forze, una cosa simile non è auspicabile.
Ora vorrei davvero accingermi alle conclusioni del mio discorso. Non c’è più la rivoluzione russa, la rivoluzione cinese è mutata in una sorta di stalinismo di mercato, le idee della rivoluzione francese sopravviveranno. Ci sono altre rivoluzioni da prendere in considerazione: quella americana, per esempio. Dovremo trovare soluzioni intelligenti a questi paradossi attuali, soprattutto in Europa. Vi ringrazio molto per la vostra attenzione e spero non vi sia dispiaciuta la mia critica.

intervento di John Lloyd

Grazie a Giuliano Ferrara per questo seminario. Giuliano è il capo della sinistra e della destra qui. Parlerò un po’ in italiano: parlo molto male italiano, come tutti gli inglesi, e anche gli scozzesi – sono scozzese – parlano molto male italiano, ma proverò un po’. Perché voglio dire qualcosa sul libro di Christian Rocca. E’ un libro italiano, un libro molto importante, come ha detto Paul Berman. Interessante, naturalmente, e intelligente; importante perché, come ha detto Berman, lui ha scritto un libro che può dare avvio a un dibattito qui in Italia, e anche in Europa: un libro così è molto raro in Europa, così come in America. E’ un punto di vista che non emerge molto in Europa, soprattutto nella sinistra. A sinistra mi sembra che siamo troppo spesso facile preda di un antiamericanismo che preferisce l’ambiguità sulla fine della guerra in Iraq; vede soltanto i peccati degli americani e dei britannici e non vede l’importanza, come ha detto Hitchens, del processo di cambiamento in Iraq e in medio oriente. Dimentica anche i valori della sinistra: prima la democrazia, ma anche l’uguaglianza – soprattutto per le donne – la giustizia per tutti e soprattutto il laicismo. Posso dire quali sono i risultati, le vittorie della sinistra e dei liberal. Sono state difficili, qualche volta pericolose, anche sanguinose, ma sono ancora importanti soprattutto, come ha scritto Rocca, per i popoli che vivono nei paesi degli ultimi 45 dittatori. Il sottotitolo è molto buono. La prima citazione del libro di Rocca è di Aung San Suu Kyi. Lei ha detto, 15 anni fa, quando ha vinto il premio Nobel: “Per favore, usate la vostra libertà per promuovere la nostra”. Una citazione molto importante per noi, adesso. Ma vorrei farne un’altra. Fassino ha detto due, tre anni fa: “Non c’è dubbio tuttavia, che quando Bush dice: ‘Io mi batto perché nei paesi arabi ci siano libertà e democrazia’ questo sia un atteggiamento diverso da quello dei repubblicani americani che negli anni Ottanta con Kissinger, in nome del realismo politico, sostenevano le dittature militari fasciste in Sud America”.
Questo era Piero Fassino. Vorrei citare un altro politico, ma in inglese, perché si tratta di un politico inglese: “Il punto di vista della maggioranza di gran parte dell’opinione pubblica occidentale, e certamente in Europa, è che la politica dell’America dall’11 settembre è stata una politica di reazione spropositata, che George W. Bush è una minaccia alla pace mondiale tanto quanto Osama bin Laden e quanto sta succedendo in Iraq, Afghanistan o qualunque altra parte del medio oriente, è interamente comprensibile come conseguenza dell’imperialismo degli Stati Uniti e del Regno Unito, o anche peggio. Soltanto frutto di stupidità”. Questo punto di vista dice: lasciateli da soli e tutto questo col tempo si risolverà. Questa visione del mondo, che abbiamo cercato di caratterizzare come dottrina d’inattività benigna, dal punto di vista di commentatori, reporter, giornalisti, è vista come una questione di principio e ha imposto il paradigma che uno degli eventi è straordinario nella sua grandezza. Mentre parliamo, l’Iraq sta per affrontare un momento cruciale della sua storia: unificarsi e progredire sotto un governo eletto dai propri cittadini per la prima volta in cinquant’anni, oppure dividersi in gruppi settari e tornare alla miseria per milioni di persone. In Afghanistan questa scelta è già stata presa. E in molti altri stati musulmani lotte simili, ma meno pubblicizzate, per la democrazia dominano la politica. Tony Blair oggi è sotto attacco nel mio paese e anche altrove; lo si osserva alla fine dei suoi nove anni di premiership e molte analisi parlano soprattutto della sua eredità, di quello per cui sarà ricordato. Dicono che sarà ricordato per l’appoggio all’intervento in Iraq, e questo naturalmente distruggerà ogni possibilità di lasciare un’eredità positiva ai posteri. Si dice che sarà ricordato molto male dalla storia. Questo è il punto di vista di molti a sinistra; l’opposizione a destra cerca di convivere con questo in maniera opportunistica e adesso viene osservata come un elemento fisso in qualunque considerazione sull’operato di Blair in questi nove anni. Alcuni credono che lui non sia stato prudente, che non abbia soltanto sostenuto George W. Bush, ma che nei primi anni del suo mandato sia diventato premier perché aveva identificato Saddam Hussein come il leader che doveva essere rovesciato. Come Christopher Hitchens ha suggerito, Saddam non aveva capacità tali da invadere il Kuwait da solo: ha dovuto aspettare un presidente americano che fosse in grado di farlo con lui. Poi ci sono stati l’11 settembre e George W. Bush.
Una delle ragioni per cui sono qui oggi è raccontarvi le posizioni dello Euston Manifesto. Oggi vorrei parlarvi del punto di vista del gruppo dello Euston Manifesto. Tutti i lettori del Foglio qui presenti lo conosceranno – questo è un consiglio: procuratevi una copia del giornale. Questa copia è stata tradotta da Christian, credo. Euston è anche il nome di una stazione ferroviaria e della metropolitana a Londra: è come dire “il Manifesto di Roma Termini”. E’ stato chiamato così perché è nato in un pub che si trova davanti alla stazione di Euston appunto, in cui il gruppo si era riunito per discutere. Alla fine ha pubblicato questo Manifesto che dice una cosa banale. E’ un documento banale perché dice cose in cui persone di sinistra dovrebbero credere. E’ una banalità, però deve essere scritta. Il gruppo che l’ha scritta credeva che dovesse essere scritta perché questa banalità è presente in gran parte della sinistra e sostiene che i valori di questa sono la democrazia, l’uguaglianza, il laicismo. Sono raggiunti attraverso un desiderio di liberazione di tutti gli oppressi. Questi valori sono condivisi da persone di sinistra e da tutti i democratici.
Naturalmente non è un nuovo dogma di antiamericanismo, antibushismo o blairismo che noi a sinistra, democratici e liberali, dobbiamo promulgare. No, lo Euston Manifesto è stato lanciato su Internet e dai blog; innanzitutto su quello di un ex professore di politica che si chiama Norman Geras. Ha ricevuto 300 mila visitatori sul sito. Non tutti, ovviamente, saranno stati d’accordo con quello che diceva, ma hanno visitato il sito. Questo mostra una nuova dimensione politica; mostra che Internet, i blog, hanno adesso un ruolo molto importante nella politica.
Non è questo il caso dello Euston Manifesto, che è stato creato in maniera tradizionale, da persone che credevano in queste visioni e le hanno sviluppate, ma Internet aggiunge a tutto ciò una nuova dimensione. Paul Berman me l’ha detto la sera scorsa: è vero che ci sono gruppi di persone dappertutto – nel Regno Unito, in America, in Italia come abbiamo scoperto, in Germania, in Francia – che credono più o meno nelle stesse cose in cui crediamo, e Internet rende possibile a questi gruppi di mettersi insieme in senso virtuale, e pertanto condividere e sviluppare delle visioni, dei punti di vista. Se volete, questo è diventato un partito virtuale, all’interno della blogsfera. La domanda che voglio porvi, e con questa concludo, è: un movimento di opinione, di persone a sinistra, un movimento che attraversa frontiere e nazioni è possibile, su questi valori? Ci sono altre persone qui e altrove, in Europa occidentale, nell’America del nord, nel resto del mondo, anche in oriente, che si possano radunare sotto questa bandiera? Che possano sviluppare e portare avanti questa idea? Perché io credo, come gli altri che hanno parlato prima di me, che questo sia un modo di rivivere il progetto della sinistra che negli anni recenti sembra attraversare una fase oscura. Grazie”.
Questi sono i testi, non rivisti dagli autori, degli interventi di Paul Berman, Christopher Hitchens, John Lloyd, al convegno “Promuovere la democrazia. Una politica estera per la sinistra e la destra”, (Roma, 1° giugno 2006). L’evento è stato organizzato dal Foglio per presentare il libro “Cambiare regime” di Christian Rocca (Einsaudi, 254 pagine, 14,5 euro).