CAMILLO


George Weigel su Esportare l'America

IL FOGLIO, 20 novembre 2003

Idealismo senza illusioni: nel 1994 George Weigel pubblicò "Idealism Without Illusions: U.S. Foreign Policy in the 1990s" per i tipi della Eerdmans di Grand Rapids, nel Michigan, e dell'Ethics & Public Policy Center di Washington. Dell'EPPC (fondato nel 1976 con l'obiettivo di giudicare la politica statunitense sul metro della tradizione morale giudeo-cristiana) Weigel è senior fellow e l'idea centrale di quel libro (pietra miliare della pubblicistica neocon e punto di riferimento del filone theocon) è semplice. Soprattutto in politica estera, gli Stati Uniti sono candidi come colombe e astuti come serpenti.
"Quella mia vecchia idea dell'"idealismo senza illusioni" ­ dice Weigel ­ la ritrovo espressa oggi in 'Esportare l'America. La rivoluzione democratica dei neoconservatori' di Christian Rocca, laddove egli definisce 'realismo idealistico' l'atteggiamento neoconservatore".
Weigel scrisse il libro in piena era Clinton. Ma "anche nell'era Bush lo spirito di Washington è quello". Nessun romanticismo sentimentale, ma neppure alcun pragmatismo cinico. Per questo è difficile descrivere gli Stati Uniti in termini di "imperialismo". Assomigliano molto di più all'idea di un dovere, di natura morale e di cogenza etica, che è cosa buona e giusta compiere allo scopo di conseguire un bene maggiore per molti, anche se il farlo comporta mali minori e molte incomprensioni. Forse suona un po' paternalistico, ma il ruolo di fattuale egemonia internazionale (più che di ricercata supremazia), attualmente esercitato dagli Stati Uniti, spartisce più con lo stoicismo. Chi più sta in alto, più patisce. Anche per il bene degli altri.
"Non credo affatto ­ commenta Weigel ­ che gli Stati Uniti siano un impero e non credo che il loro ruolo nel mondo sia rubricabile alla voce 'imperialismo', nemmeno come 'imperialismo della libertà'. Gli imperialisti, infatti, mirano a sfruttare le 'colonie' a esclusivo beneficio della madrepatria. Ma è questo ciò che stanno facendo gli Usa nei teatri di guerra e di dopoguerra in cui sono impegnati, per esempio in Iraq, dove si stanno alacremente adoperando per restituire la libertà di parola e di stampa, e per provvedere alle più elementari necessità di sopravvivenza delle popolazioni, rinunciando a imporre dall'esterno un governo fantoccio e semplicemente cercando di favorire realisticamente la nascita (perché in Iraq di nascita si tratta e non di mera transizione) dello Stato di diritto? E' questo ciò che la Nato ha rappresentato e rappresenta?".
Qualcuno, però ­ per esempio lo storico britannico Niall Ferguson, citato da Rocca nel suo libro ­, ribadisce che è solo un falso problema, quasi nominalistico. Ovvero che, chiamatelo pure come volete, gli Usa un impero lo sono di fatto; e il loro persistente problema è semplicemente che si rifiutano di riconoscerlo. Chi rigetta questa idea è invece Robert Kagan, teorico per eccellenza della nuova generazione dei neocon, ovvero maestro del realismo idealista: "Gli Stati Uniti non sono un impero, né devono diventarlo. Sono invece, e non è una semplice distinzione semantica, l'egemonia globale di maggior successo della storia". La medesima linea di Weigel, insomma, che a proposito dell'idea di esportare la democrazia nel mondo afferma: "Forse che quando i neoconservatori e altri esponenti del mondo politico-culturale statunitense hanno appoggiato Solidarnosc in Polonia stavano 'esportando la democrazia'? Non mi pare proprio. Ritengo invece che il supporto da noi dato in quello e in altri casi analoghi sia stato un importante sostegno alla libertà di un popolo oppresso. Appoggiare le forze politiche democratiche nel mondo è stato certamente un tratto distintivo del pensiero neocon, ma fra gli stessi neoconservatori esistono grandi differenze di opinione circa la possibilità di democratizzare determinate aree del pianeta. E fortunatamente".
Se l'antiamericanismo oggi tanto di moda in ampi settori dell'Occidente mira a screditare il realismo statunitense dipingendolo a tinte fosche, per Weigel "le teorie del complotto sono sempre e solo l'ultimo rifugio di chi è rimasto a corto d'idee".
Una definizione sintetica di neocon, allora? "Se non me la domandate la so, ma se me la chiedete non ce l'ho. Credo che il fenomeno neoconservatore descriva in realtà solo una tendenza culturale e non una vera e propria 'scuola' con tanto di 'dottrine' definite e rigide".
Realismo, appunto. Idealismo senza illusioni. Ciò che differenzia la "giovane" America da quella che Donald H.Rumsfeld ha definito "vecchia Europa". Nel senso di appesantita, bolsa, capziosa.
Marco Respinti